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08. Un semplice controllo

08 storiaEra incredibile quanto potessero diventare creative le persone colte senza biglietto sui mezzi. Giovanni ne sapeva qualcosa. Nel corso della sua esperienza da controllore, aveva sentito storie su abbonamenti scomparsi nei meandri di un cassetto o documenti rubati, scambiati, mangiati dal cane. Ma c’era anche chi non diceva nulla: quelli che decidevano di salire sul tram e tentare la sorte, consapevoli del rischio. Spesso erano gli stessi che abbracciavano la filosofia del “meglio una multa ogni tanto, che pagare il biglietto tutte le volte”.

– In ogni buona famiglia che si rispetti ce n’è sempre uno –, aveva commentato un collega, una volta.

Giovanni aveva trascorso dieci anni della sua vita a fare quel lavoro: episodio dopo episodio, aveva imparato a riconoscere i passeggeri senza regolare titolo di viaggio da una semplice occhiata. Alcune volte li tradiva uno sguardo ansioso verso le uscite, altre un gesto nervoso della mano o un improvviso silenzio, laddove prima si erano sentite delle risate.
Non era una scienza sicura al cento per cento, ma il controllore aveva avuto tutto il tempo di studiare a fondo la sua città e i gruppi che vivevano nei diversi quartieri, individuando le ricorrenze e le abitudini. Vicino ai mercati come Porta Palazzo, per esempio, sapeva di dover fare particolare attenzione.

Quel giorno prestava servizio proprio lì in zona, insieme a due colleghi di vecchia data. Con uno di loro, Daniele, aveva addirittura rincorso alcuni ragazzi senza biglietto per un paio di isolati qualche anno prima, prima di arrendersi e “dargliela vinta”.
Quando raccontava di quei momenti, commentava ironicamente di quanta azione ci fosse anche nel suo lavoro.
I tre controllori salirono su un tram abbastanza affollato e si guardarono intorno per valutare la situazione. Con la coda dell’occhio, Giovanni vide alcune persone attivarsi, pronte a mostrare il biglietto, ma la sua attenzione fu catturata da altro.
Da lontano scorse una signora con il velo, forse di origine marocchina, che guardava le porte di uscita con una certa apprensione, come se avesse fretta di scendere.
– Vai tu in fondo? –, gli chiese allora Daniele, sistemandosi il gilet blu che indossava. Dovevano fare in fretta, se volevano essere sicuri di controllare tutti per tempo: era questione di una fermata, massimo due.
Giovanni annuì e si mosse nella direzione della donna. A una brusca fermata, dovette aggrapparsi a una maniglia del tram per non perdere l’equilibrio, ma continuò a tenerla d’occhio. Accanto a lei c’era un carrello della spesa e un bambino di circa quattro anni seduto a gambe incrociate sul sedile.
Il controllore conosceva bene quella situazione. Di persone come lei, infatti, ne aveva incontrate tante. Erano madri che viaggiavano senza biglietto con la scusa del figlio piccolo stanco di camminare. Madri dal Marocco o da altre parti del mondo, che gli chiedevano di chiudere un occhio, cercando di fare leva su quella carta emotiva.
Quando arrivò finalmente davanti a lei, ignorando un paio di altri passeggeri, Giovanni era certo di coglierla in fallo. Nell’arco di quei trenta secondi, la donna aveva lanciato altre occhiate ansiose alle uscite.
– Buongiorno, biglietto? –, esordì l’uomo.

– Certamente –, replicò lei, prima di rovistare nella borsa e tirare fuori il documento richiesto. – Mi scusi, per Porta Nuova manca ancora molto? –.
Giovanni rimase un attimo disorientato. Si ritrovò a guardarla con sorpresa, stupito anche del suo italiano. Si aspettava una pronuncia diversa.
Le prese allora il biglietto dalle mani e controllò più volte la data della convalida: aveva timbrato da circa venti minuti.
– Mio figlio è ancora piccolo, può viaggiare senza –, aggiunse la donna, indicando il bambino con i capelli ricci accanto a lei.
L’uomo annuì; dopo un breve momento di esitazione, le restituì anche il documento. –
Mancano ancora cinque o sei fermate –, le rispose.
La signora lo ringraziò gentilmente, mentre lui capì di aver fatto un errore di valutazione. Mascherò il suo smarrimento con un’espressione indecifrabile e si allontanò a grandi passi. Al suo passaggio, sentì qualcuno commentare la scena sottovoce, accusandolo di discriminazione perché aveva controllato solo lei che era straniera.
– Qui in Italia si applicano sempre doppi standard, eh? –.
Lui preferì non dire nulla. Non era stato solo quello, ma forse anche quello. Scese alla fermata successiva con i colleghi.
In ogni caso, aveva solo fatto il suo lavoro.

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