03 storiaC’erano tre cose che Elisa non avrebbe mai smesso di fare: bere il caffè senza zucchero,
leggere gialli e impostare almeno tre sveglie la mattina.
Da quando si era trasferita fuori Torino, era diventata anche lei una delle tante pendolari della regione: ciò voleva dire essere in continua competizione con il tempo.
Quel giorno ebbe fortuna e riuscì addirittura ad arrivare in studio in anticipo; fece arieggiare gli spazi e aspettò l’arrivo della dottoressa con calma, sfogliando una rivista per famiglie.

Essere segretaria di uno studio pediatrico non le dispiaceva: era riuscita a trovare i suoi ritmi, a ritagliarsi uno spazio di pace tutto suo. Almeno fino all’emergenza sanitaria, quando, nell’angolo della sua reception, si era improvvisamente trovata in una terra di mezzo. Poiché era la prima a rispondere al telefono, era anche la prima a cui le persone chiedevano assistenza, confidavano dubbi o urlavano contro.
Spesso non riusciva neppure a capire le parole dall’altra parte della cornetta. Lingue diverse inciampavano su sé stesse per dare senso a un bisogno urgente, quello di proteggere i propri figli, ma gli ostacoli erano tanti.
Le era capitato anche il giorno prima, quando una signora aveva provato a descriverle i sintomi del suo bambino. Dall’accento e dall’inflessione della voce, Elisa aveva intuito che la donna dovesse avere origini marocchine. Alla fine non si erano capite.
– Se il bambino ha solo un filo di febbre, la dottoressa consiglia di aspettare ancora un po’ e monitorare la situazione. Richiami se ha bisogno, buona giornata –. La segretaria aveva concluso la chiamata con una frase frettolosa, prima di rispondere al numero successivo. I problemi di comunicazione non erano una novità e attivare mediazioni più costanti non era cosa facile.
Quando la pediatra arrivò in studio, la salutò con un sorriso abbozzato e fece subito entrare una donna con il passeggino: la prima paziente della giornata.
Davanti all’ingresso, intanto, si era già formata una piccola coda.
Elisa cominciò a misurare le temperature e a far accomodare in sala chi aveva un appuntamento. A un certo punto, però, il termoscanner fece uno strano bip e segnalò 37 gradi sulla fronte di un bambino.
– Mio figlio sta male, ha la febbre –. La madre, accanto a lui, confermò il suo dubbio. Indossava un velo bordeaux intorno alla testa, che le nascondeva tutti i capelli, forse bruni. Elisa riconobbe la signora che aveva sentito il giorno prima, Aicha. Sembrava non avesse dormito per tutta la notte.
– Ha un appuntamento? – le chiese, ma sapeva già la risposta. L’altra scosse il capo.
– Signora, la dottoressa riceve solo su appuntamento, gliel’ho detto anche ieri. Le avevo anche detto di chiamare prima di decidere di venire –.
La segretaria trasse un profondo respiro e si guardò intorno, cogliendo il nervosismo di alcune persone in fila. Senza volerlo le era uscito anche un tono esasperato.
Non era la prima che succedeva. Sembrava che le indicazioni sul sito, sui social, sulla porta fuori dallo studio non servissero a nulla. Pensare che li avevano fatti tradurre anche in altre lingue! – Non può fare come vuole. È per la sicurezza di tutti –.
Aicha annuì, ma intanto frugò nella borsa per tirare fuori la tessera sanitaria del figlio. Non sembrava intenzionata ad andarsene prima di vedere la dottoressa. Le due si guardarono a lungo.

Elisa era certa che in giornata si sarebbero presentate altre persone senza appuntamento. Se avesse detto di sì a quella donna, avrebbe dovuto dire di sì a tutti. Già si immaginava la reazione della pediatra.
Nel frattempo, intorno a loro, cominciarono a farsi sentire le voci degli altri. Un’orchestra di armonie e contrasti.
– Ma certo, portiamo un bambino con la febbre in mezzo ad altra gente. Non stiamo mica vivendo una pandemia! –
– Non ha rispetto per la salute degli altri! –
– È solo preoccupata per il figlio, lasciatela stare! –
Elisa vide le guance di Aicha incendiarsi. Non riuscì a capire se fosse per la rabbia, la vergogna o altro, ma le chiese di farsi da parte con il bambino, mentre lasciava entrare i genitori degli altri pazienti.
– Non vi posso far accomodare dentro… –, cominciò. Fece una pausa, spostando lo sguardo dalla madre al figlio. Il piccolo sembrava stremato, ma vigile. La guardava con occhi nerissimi, circondati da un principio di occhiaie.
La volontà di Elisa di non fare eccezioni alla regola vacillò. La donna finì per sbuffare e annuire. – … ma va bene per la visita. Appena la dottoressa finisce con chi c’è, veniamo a voi. La prossima volta, però, rispettate le regole! –.
A quelle parole, Aicha sgranò gli occhi e fece di sì con la testa più volte. Le sorrise timidamente, circondando le spalle del bambino con un braccio.
Elisa non ricambiò, ma sospirò a lungo e forte. Quella mattina non aveva ancora bevuto il suo caffè.

01 storiaQuando lo chiamarono per raccontargli l’accaduto, Abdu non seppe cosa dire. Quel giorno Ike e Samuel avevano deciso di andare alla piscina comunale per sfuggire al caldo estivo, ma erano stati fermati all’ingresso.
– Dicono che non possiamo entrare, ma non capiamo perché –, gli avevano detto.
– Va bene, arrivo –, era stata la sua risposta. Nella voce una lieve increspatura.
Abdu era un mediatore di lingua igbo e forse tra le prime persone che i due ragazzi avevano incontrato in Italia, dopo essere partiti dalla Nigeria.

Gli capitava spesso di ricevere telefonate di questo tipo: chiamate non filtrate da nessun operatore della cooperativa che gestiva il SAI di Borgobene, ma richieste d’aiuto dirette da parte delle persone accolte nella struttura. Di solito bastava che lui restasse in ascolto, che in qualche modo si dimostrasse presente. Quel giorno, tuttavia, capì che questo non sarebbe stato sufficiente: dal tono concitato di Samuel aveva colto una certa tensione. Recuperò borsa, borraccia e bici e si avviò.
La prima persona che vide fu Ike. Sostava in piedi davanti al cancello della struttura, tenendo sottobraccio un asciugamano da mare con i colori di casa, verde-bianco-verde. Per chi è lontano dalla propria terra, la nostalgia è un sottofondo costante e lui e Samuel avevano cominciato a conviverci solo da un paio di anni.

– Ehi –, lo salutò Abdu.
Il ragazzo ricambiò con un sorriso stanco e una stretta di mano.
– Ciao Abdu –, intervenne Samuel. – Grazie per essere venuto –.
Il mediatore annuì, muovendosi verso la reception della piscina. Si sentì subito travolgere dall’odore pungente del cloro.
– Cosa sta succedendo? Perché non lasciate entrare questi ragazzi? –, esordì, rivolto alla ragazza dell’accoglienza. La targhetta cucita sulla sua polo azzurra la indicava come Alessia.
– Oggi è meglio così – rispose lei, vaga.
– Sono già venuti altre volte, ma non hanno mai avuto problemi. Non capisco –.
La receptionist esitò un attimo, come a voler prendere del tempo per dosare bene le parole che stava per dire. – Purtroppo le regole sono cambiate. Oggi non posso lasciarvi entrare, ci sono troppe ragazze –.
Abdu aggrottò la fronte. – In che senso? –.
Alessia cominciò a tamburellare sul bancone dell’accoglienza. Faceva fatica a trovare l’espressione giusta da usare, ma proprio quella settimana aveva ricevuto delle nuove
direttive. Non voleva prendersi un richiamo. – Qualche giorno fa alcune ospiti hanno avuto problemi con un gruppo di ragazzi… - Una pausa. Le sfuggì un’occhiata a Ike e Samuel. – … africani. Per questo la direzione ha deciso di non far più entrare nessun… –
– Nero? – la interruppe Abdu, guardandola negli occhi.
Lei abbassò lo sguardo. Provò a cercare aiuto altrove e vide che nel frattempo si era formata una coda all’ingresso.
– Davvero, non è razzismo, sto solo rispettando un ordine che mi è stato dato –, ripeté. – È un provvedimento preso per motivi di sicurezza, nient’altro. Mi spiace non poter fare di più –.
A quelle parole, Abdu sentì il sangue ribollire e per un attimo si dimenticò di restare calmo. Indicò i due giovani dietro di lui. – Ma la sicurezza di chi? Questi ragazzi non hanno fatto nulla! –. L’aveva quasi gridato, ma si rese subito conto dell’errore, accorgendosi del sussulto della giovane. Cercò di abbassare la voce e chiese di parlare con un responsabile.
Alessia trasse un profondo respiro, ma fece un cenno di assenso e digitò un numero. Il telefono sembrò squillare svariate volte, ma non rispose nessuno.
– Provi ancora –, insisté Abdu.
Intanto le persone in fila cominciavano a dare segni di nervosismo: c’era chi inveiva contro Ike e Samuel, chi contro Alessia, chi non capiva perché la coda fosse così lenta.
Incalzata dal rumore crescente, la receptionist finì per sbottare.
– Non risponde nessuno. Adesso però vi chiedo la cortesia di farvi da parte, altrimenti sarò costretta a chiamare i carabinieri –.
Abdu sollevò le mani in segno di resa e la guardò. – Non ce n’è bisogno –.
Sul suo volto si stava facendo spazio un sorriso amaro: capì che non sarebbe riuscito a smuoverla dalla sua posizione, dal timore di prendersi quella responsabilità. Si rivolse allora a Ike e Samuel, con un peso sul cuore.
– Mi spiace, ragazzi –, sospirò, allontanandosi dal bancone e facendo loro cenno di seguirlo.
– Ma non è giusto! Allora perché quelli sono entrati senza problemi? –, reagì Ike, indicando alcuni ragazzi che avevano appena superato il controllo. Sembravano avere origini straniere anche loro.
Abdu li guardò svoltare nel corridoio a destra ed entrare negli spogliatoi maschili in fretta e furia, prima che Alessia potesse cambiare idea. Sotto le canottiere estive, l’uomo notò il colore della loro pelle: era di qualche tonalità più chiara della loro.
Scosse la testa. Ancora una volta, non seppe cosa dire. Si ripromise di riprovarci e segnalare l’accaduto al direttore della struttura, magari anche all’assessore del Comune. Avrebbe potuto contattare dei giornalisti, fare sempre più rumore. Ora, però, poteva solo recuperare un po’ del tempo perduto e provare a cambiare la percezione di quella giornata. Proporre un finale alternativo. Guardò i due ragazzi con un sorriso stanco.
– Che dite, facciamo due tiri al parco? –.

02 storiaEra già la terza volta che tornava all’Agenzia delle Entrate. In meno di una settimana Ismail aveva passato sei ore, ventiquattro minuti e quarantacinque secondi in coda. Tra le persone prima di lui, ne vide alcune che stavano leggendo dei documenti con una certa apprensione. Lui si era trovato nella stessa posizione poco tempo prima, quando aveva ricevuto un sollecito di pagamento di circa 703,72 euro. In fondo al documento si segnalava anche la possibilità di controllare la propria situazione debitoria online, tramite identità digitale.

Tuttavia, Ismail non aveva la più pallida idea di cosa fosse lo SPID e del perché dovesse pagare quell’importo. Anche se il suo ristorante di cucina bengalese - un sogno che aveva coltivato per anni dal suo arrivo in Italia - stava andando bene, settecento euro restavano una cifra considerevole. Ismail sarebbe stato disposto a pagare solo dopo averne saputo di più, per non commettere lo stesso errore due volte. Era andato direttamente all’Agenzia delle Entrate. La prima volta si era trovato davanti a un muro, di quelli che sono lì da anni e continuano a crescere, mattone dopo mattone.

– Non è di nostra competenza –.

Allo sportello un signore impaziente l’aveva liquidato così. Lui aveva provato a controbattere, ma purtroppo aveva ancora qualche difficoltà con la lingua. Così aveva lasciato l’ufficio con una certa amarezza. La seconda volta, per fortuna, era andata molto meglio.

– Certo, proviamo subito a verificare –.

Giovanni, lo sportellista che l’aveva accolto, si era dimostrato disponibile fin da subito. Aveva ascoltato i suoi dubbi con pazienza e aveva anche concordato sul fatto che essere imprenditori non fosse affatto facile. Alla fine dell’incontro, Ismail non solo aveva capito le ragioni delle multe - legate a una vecchia attività -, ma aveva anche scoperto di dover pagare una cifra più bassa. Per questo si trovava di nuovo nello stesso ufficio. Era deciso a ricambiare quell’aiuto prezioso con un dono, come era sempre stato abituato a fare. Fare la coda non gli pesava. Quando chiamarono finalmente il suo numero, si diresse allo sportello con un sorriso.

– È per lei –, esordì.

Giovanni ci mise qualche secondo prima di riconoscerlo; lo salutò confuso. – Signor Pal, ha dubbi su altro? –

– No no, sono qui per lei. Per darle questo –.

Lo sportellista abbassò lo sguardo sulla busta che Ismail aveva spinto verso di lui. La aprì un poco e spalancò gli occhi, riconoscendo un portafoglio in pelle firmato.

– Guardi, la ringrazio, ma non posso –, disse solo, dopo un momento di esitazione. Secondo il codice di comportamento dell’ufficio, non avrebbe potuto accettare alcun regalo dall’utenza. Quello, in particolare, sembrava anche costoso: accettarlo poteva creare delle situazioni equivoche e Giovanni voleva evitare il problema sul nascere.

– Lo prenda, per favore. Ieri mi è stato di grande aiuto –.

– Non posso, davvero, ma apprezzo il pensiero. Grazie mille –.

– È suo, lo accetti –, insisté Ismail. Per enfatizzare l’intento, lasciò lì il regalo e fece per andarsene, ma proprio in quel momento apparve il responsabile della sede, che aveva intravisto la scena da lontano. – Cosa sta succedendo qui? –, domandò, prima di dare una sbirciata al contenuto della busta e aggrottare la fronte. – Un portafoglio? – Spostò lo sguardo da Giovanni a Ismail, cercando di capire la situazione con le poche informazioni che aveva.

Lo sportellista provò a spiegare. – Ho aiutato il signore con una pratica ieri, e oggi è tornato a ringraziare –.

– Quindi è un regalo da parte sua? –

– Sì, ma gli stavo giusto dicendo che non posso accettare –.

– No, infatti, conosce bene il regolamento –, concordò l’altro, aggiungendo sottovoce: – Ma poi chissà dove l’avrà trovato, un portafoglio così. Magari l’avrà rubato da qualche parte –.

Giovanni incassò quel commento in silenzio, ma apparve a disagio. Si girò verso Ismail, sperando che non avesse sentito nulla, ma lui era riuscito proprio a cogliere la parola “rubato”.

– Io non ho rubato nulla –, intervenne allora, alzando la voce. – Sono un lavoratore onesto –. Si avvicinò di nuovo allo sportello per difendere la sua posizione, ma in quel momento sentì qualcuno gridare dalla fila.

– Ma basta! Sono in coda da un’ora, non è possibile! – protestò una signora, rivolgendo lo sguardo verso di lui. Lo indicò con una mano e scosse la testa. – Dopo il lavoro, questi ci rubano anche il tempo –. Qualcuno le fece eco, alimentando il brusio di sottofondo.

Il responsabile colse l’occasione per sorvolare sulle parole di Ismail e tagliare corto.

– Non possiamo passare la mattinata a discutere –, concluse, porgendogli di nuovo il pacco. – E non possiamo accettare regali dagli utenti, fine della storia. Lo riprenda, per favore –.

Ismail avrebbe voluto reagire, ma si sentì improvvisamente stanco. Non aveva più le forze per rispondere a tono, così prese in mano la busta e decise di andarsene. Guardò un’ultima volta verso Giovanni, che parve dispiaciuto, e si allontanò dall’ufficio con passo pesante. Quella mattina non avrebbe mai immaginato uno sviluppo del genere. Era così difficile fare un regalo, dimostrare una qualche forma di gratitudine?

Una volta fuori, trasse un lungo respiro e si sistemò meglio la giacca per coprirsi dal vento. Sentiva un groviglio allo stomaco, ma non ci volle fare troppo caso.

Tra meno di un’ora avrebbe dovuto aprire il ristorante e accogliere i primi clienti. Era tutto quello che contava.

05 storiaDa un po’ di tempo Keya pensava spesso al proprio futuro, aggrovigliando pensieri su pensieri. Cosa avrebbe fatto dopo la maturità? Si sarebbe davvero iscritta all’università? L’unica certezza era la patente: finite le superiori, avrebbe cominciato a prendere lezioni di guida. Era stufa di dover dipendere dal padre o dai treni per qualunque spostamento. E quella mattina non fece eccezione.

Dopo aver rimandato la sveglia più volte, Keya si rese conto di essere in ritardo. Si vestì rapidamente e chiamò a gran voce il genitore, ma non ottenne alcuna risposta - doveva essere già uscito per lavoro. Così non le restò che borbottare qualche imprecazione, afferrare le chiavi di casa e correre in stazione.
Riuscì a salire sul suo treno poco prima della partenza.

Per la fretta, non era riuscita a fare il biglietto, ma si consolò con il fatto che il tragitto fosse breve. Doveva solo incrociare le dita per circa quindici minuti, ma purtroppo la speranza ne durò solo tre. Il capotreno entrò dalle porte in fondo al vagone.
A ogni passeggero che mostrava il biglietto, la ragazza si sentiva sprofondare.
Tra le altre cose, si era dimenticata di prendere anche il portafoglio: non poteva neppure cavarsela con un eventuale supplemento. Aspettò allora il suo turno con il battito accelerato, pregando che succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, invasioni aliene incluse.
– Biglietto? –. Keya sollevò lentamente lo sguardo, fino a leggere il nome Carlo sull’uniforme del capotreno. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma le uscirono parole confuse. – Corsa… stamattina… la fretta, mi scusi… –.
L’uomo intuì la verità. Diede un’occhiata allo zaino ai suoi piedi e capì che era solo una studentessa: probabilmente sarebbe scesa alla fermata successiva a Cuneo.
Ne aveva visti tanti come lei, giovani che non sapevano ancora organizzarsi o con la testa sopra le nuvole, ma sapeva che avrebbero imparato a fare più attenzione.
In più, non gli andava di iniziare la giornata con una multa.
– Mostrami un documento qualunque –, le chiese allora, sottovoce.
Keya lo guardò confusa, prima di capire che stava cercando di aiutarla per davvero. – Sì, certo, eccolo –, si affrettò a rispondere, tirando fuori un libro dallo zaino. Lo aprì a una pagina a caso e glielo mostrò come se al suo interno ci fosse il biglietto.
Lui annuì e fece finta di confermare il posto sul suo tablet. – Grazie e buona giornata –, la salutò, prima di continuare con il suo giro.
Keya tirò un sospiro di sollievo. Non poteva credere al suo colpo di fortuna!
Appoggiò la testa sullo schienale con un mezzo sorriso e guardò l’ora sul cellulare.
Una voce vicino a lei la prese contropiede.
– E questi favoritismi? – commentò un signore seduto a qualche posto più in là. – Questa ragazza non ha il biglietto –.
– L’ho visto anch’io! – gli fece eco una donna, scuotendo il capo. – Ormai l’Italia si è ridotta a questo. Noi paghiamo e loro viaggiano gratis, che vergogna –.
Keya strinse i pugni, ma non disse nulla.
– Non sopporto le persone che non fanno il loro lavoro. Le regole sono regole! –.
– Eh, ma ormai non si può più dire o fare nulla! Gli immigrati hanno sempre ragione –.
– E se vuoi viaggiare, compri il biglietto. Punto. Se non ce l’hai, ne paghi le conseguenze –.
Keya voleva rimanere fuori da quelle due discussioni mascherate in una.
Ingoiò la rabbia crescente e provò a ignorarli. Sapeva di essere nel torto e di certo non poteva ribattere al signore, ma non poteva accettare le insinuazioni dell’altra.
Con la coda dell’occhio vide il proprio riflesso sul finestrino: la pelle e gli occhi neri, le treccine, la bocca grande. A quella donna bastava così poco per darle un’etichetta?
Le era già capitato di trovarsi faccia a faccia con persone come lei e farle ragionare era una perdita di tempo. Soprattutto quando ricordava loro di essere italiana: la migrazione l’aveva conosciuta solo attraverso gli occhi del padre e i racconti sulla terra che l’aveva visto nascere, il Congo.
Mancavano ancora cinque minuti, ma Keya si diresse verso l’uscita.
Vide che il capotreno stava tornando indietro. Gli fece un cenno da lontano e, tra sé e sé, ringraziò le persone capaci di sfumature. Di uscire dai binari per un momento di umanità, al di là della rigida linea che divide il giusto dallo sbagliato.
Mentre scendeva dal treno, la giovane pensò che sarebbe potuta partire da lì per capire cosa fare dopo le superiori.

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