Le parole sono scaglie sottili del frutto frattale,
piccole raschiature della buccia che trattiene
queste volute felicemente determinate della storia
dentro la loro succosa inquietudine.
Volgendo a ponente dopo il festino del giorno,
ogni piccola parola col suo significato in spalla
rotola giù sull’onda del domani
come un escursionista con scarpe nuove piene di speranza
Karen Press, “Orme che si sbucciano intenzionalmente”, in Pietre per le mie tasche, a cura di Paola Splendore, Donzelli, Roma 2012, p. 51
Pollo, limoni, aglio, cipolle, manioca, foglie di alloro.
Amadou continuava a ripetere tra sé e sé la lista della spesa che gli aveva consegnato Fatoumata quella mattina, sicuro di essersi dimenticato qualcosa. Aveva contato sette ingredienti prima di prendere il treno, ma aveva perso il bigliettino su cui la mano della moglie aveva sbrigativamente segnato le sue richieste.
– Già che passi a Torino, fai un salto anche a Porta Palazzo – gli aveva detto, accompagnandolo alla porta. Si era sistemata un lembo della fascia che le copriva le treccine e aveva sorriso con gli occhi. – Stasera preparo lo yassa poulet. –
Amadou le aveva dato un bacio: non vedeva l’ora.
Aveva lasciato casa con quel pensiero felice e, nonostante il ritardo iniziale, era riuscito ad arrivare in tempo a Torino, dove l’avevano chiamato per una mediazione wolof.
Ora, di ritorno a Porta Nuova dopo i vari impegni, tutto ciò a cui riusciva a pensare era l’ingrediente mancante. Sapeva che non era fondamentale per la ricetta, ma non era una cosa che avrebbe potuto dire a Fatoumata. Sorrise all’idea, mentre entrava in stazione. Alzò lo sguardo verso il tabellone delle partenze: il treno per Carmagnola delle 12:41 sarebbe partito a breve. Si affrettò verso il binario, intralciato dai vari sacchetti del mercato.
Fu in quel momento che li vide svoltare l’angolo.
Erano in due, un uomo e una donna in una divisa ben stirata, ancora giovani - trent’anni o poco più. I poliziotti si guardarono intorno con attenzione, scambiandosi un paio di battute che Amadou non riuscì a sentire. Ma vide i loro occhi superare la ragazza che si era fermata davanti alle vetrine di una libreria, la coppia di signori anziani che trascinava il suo bagaglio, il padre che passeggiava con i suoi bambini. Poi, come attratti da una calamita, si fermarono su di lui.
Il mediatore avrebbe voluto accelerare il passo per evitarli, far finta di niente, ma era ormai troppo tardi. Si stavano avvicinando.
– Buongiorno, documenti –, gli chiese il poliziotto più basso, senza una particolare intonazione. Lo guardò negli occhi e attese.
– Certo, subito –, rispose lui, cominciando tuttavia a sentire un leggero nervosismo duettare con i battiti del cuore. Era consapevole della normalità di quel controllo, per quanto avesse qualche dubbio sulla “casualità della scelta”, ma non poteva fare a meno di preoccuparsi ogni volta che succedeva. Per chi – immigrato come lui - aveva avuto una lunga serie di problemi con i documenti, restava in ogni caso il dubbio.
E se ci fosse stato un errore? E se all’anagrafe avessero sbagliato a scrivere il suo nome e lui non l’avesse notato per tempo?
Amadou non poteva fare a meno di provare un senso di smarrimento. Durava una frazione di secondo, giusto il tempo per sentire il cuore accelerare e il respiro farsi corto.
Aveva sentito troppe storie per non preoccuparsi.
Guardò ancora una volta i due poliziotti e fece un cenno di assenso con la testa. Posò a terra i sacchi della spesa e recuperò il suo portafoglio dalla tasca destra dei pantaloni. Eccola, la sua doppia salvezza: la carta di identità e il permesso di soggiorno.
Porse i documenti al poliziotto che glieli aveva chiesti. L’uomo li prese in mano, li girò più volte, li guardò a lungo come a voler essere certo di ogni dettaglio; gli capitava spesso di trovare delle ottime riproduzioni. Passò quindi a confrontare le fototessere, poi posò nuovamente lo sguardo su Amadou. Lui si sentiva in apnea.
Dopo dieci lunghi secondi, il poliziotto annuì. – La ringrazio, può andare –, disse infine. Gli rivolse un sorriso educato.
Amadou si lasciò sfuggire un sospiro sollevato. Recuperò i documenti e si avviò verso i binari, lasciandosi via via la tensione alle spalle. Si chiese se la polizia fosse in grado di vedere qualcos’altro oltre l’uomo nero alto un metro e novanta, o se non fosse stufa di ripetere sempre i soliti schemi. Li notavano?
Amadou augurò loro di avere più capacità critica, a sé stesso di non trattenere più il fiato.
Quando diede una nuova occhiata al tabellone delle partenze, vide che mancavano ancora tre minuti. Corse allora a validare il biglietto e salì sul treno in fretta e furia, portandosi dietro tutte le buste di Porta Palazzo. Gli cadde qualche foglia di alloro.
Una volta partito, man mano che si allontanava dalla stazione, Amadou si ritrovò, si sentì lucido, provò una rinnovata leggerezza. Fu in quel momento che gli tornarono in mente. Le olive.
Ecco cosa si era dimenticato.
Le lancette dell’orologio segnavano trentacinque minuti di ritardo. Ilaria spostò lo sguardo dalla parete bianca dell’ufficio al telefono sulla scrivania, sperando di cogliere una qualche vibrazione. Attese per dieci secondi, gli occhi fissi sull’apparecchio, ma niente. Capì che Sunday Uchendu non si sarebbe presentata al suo appuntamento, né tantomeno avrebbe chiamato per avvisare. Non era la prima volta che le succedeva una cosa simile con delle donne nigeriane: sembrava che avessero una concezione del tempo tutta loro. Ilaria sbuffò. Ciò che la infastidiva non era tanto il fatto di aver aspettato, ma di aver aspettato senza nessuna giustificazione.
Borbottò tra sé e sé e cercò di ritrovare pensieri positivi, mentre riordinava alcuni documenti. In realtà lavorare in consultorio le piaceva, nonostante i ritardi e gli appuntamenti mancati. Negli anni aveva visto centinaia di donne e uomini passare da quei corridoi, con il sorriso ansioso di chi sta per diventare genitore o la confusione di chi non sa cosa fare. Ma in quel via vai c’era un forte elemento umano in gioco, il motivo per cui Ilaria aveva scelto di lasciare l’ospedale in cui lavorava come infermiera per trasferirsi lì. Le sembrava che l’ambiente fosse più disteso, che fosse più semplice condividere un legame tra una visita e l’altra. Il vociare dei colleghi fuori dall’ufficio la risvegliò dal suo flusso di pensieri. Decise di prendersi un caffè anche lei: meritava un momento di pausa, lontana da tutte quelle agende di gravidanza. Mentre si dirigeva verso le macchinette, sentì un vociare provenire dalla porta di ingresso; fu allora che la vide entrare. Sunday attraversò il corridoio con una voluminosa chioma di treccine rosse in testa e un bambino di quattro anni per mano. Camminava senza fretta, parlando ad alta voce con gli auricolari. Se i calcoli erano corretti, doveva essere arrivata alla sedicesima settimana. Ilaria notò un primo accenno di pancia sotto la t-shirt verde.
– Ho un appuntamento con la dottoressa –, esordì la donna, incrociando il suo sguardo. Nel frattempo chiuse la chiamata in corso con una lingua che sembrava un misto tra inglese, italiano e qualcos’altro.
L’infermiera alzò un sopracciglio. La stava prendendo in giro?
– Due ore fa –, la corresse, un po’ piccata. – L’appuntamento era previsto per le dieci, non adesso –. Con uno sguardo le indicò l’orologio appeso in sala d’attesa: erano le undici e mezza.Sunday scrollò le spalle e fece schioccare le labbra, un gesto che le aveva visto fare tante volte. – Ho avuto degli impegni a lavoro –, fu la sua risposta. Dietro quelle sei parole, Ilaria cercò di leggervi una verità più sfaccettata, che aggiungesse una qualche forma di complessità alla situazione, come la necessità di prendere un turno extra all’ultimo o la storia di un marito assente nel momento del bisogno. Come spiegazione poteva avere anche senso, dal momento che agli incontri precedenti aveva sempre visto solo lei e il bambino. Ma Sunday non confermò né smentì le sue ipotesi. Semplicemente, aspettava. Dal suo punto di vista, ciò che contava era il fatto che fosse arrivata; pensava che questo fosse più che sufficiente per andare avanti con la visita. In sala c’erano altre due donne sedute sulle panche, in attesa del loro appuntamento. Una di loro la stava guardando da lontano.
– Sunday, non abbiamo più posti liberi oggi –, le fece notare Ilaria. – Se decidiamo un orario, non puoi arrivare due ore dopo, non è così che funzionano le cose. Proviamo la prossima settimana –.
– La prossima settimana non posso, lavoro –.
– Tutti i giorni? Magari puoi chiedere un permesso –.
Sunday scosse la testa. Il figlio la imitò. – Non posso essere visitata oggi? –
– In realtà ci sarei io, adesso –, intervenne a quel punto la donna che le stava osservando. Ilaria la vide avvicinarsi e lanciare un’occhiata preoccupata verso Sunday e il bambino. – Non posso fare tardi oggi –, volle precisare. – Ci manca solo che questa mi superi –.
– Posso aspettare –, la tranquillizzò Sunday, squadrandola dalla testa ai piedi. Tra di loro sembrò passare una scarica elettrica.
– Eh, ci mancherebbe solo! Qui in Italia gli orari si rispettano –.
L’infermiera aveva alcuni dubbi a riguardo, ma non le sembrò il caso di ribattere; colse però l’attimo per provare a risolvere la questione. Tra le tante cose le piacevano del consultorio, momenti come quello sicuramente non rientravano nella lista.
– Dopo la signora Gallo, c’è già un’altra paziente. Non possiamo incastrare tutto oggi, Sunday –. Recuperò l’agenda del consultorio e propose delle alternative. – Mercoledì prossimo? Sia mattina che pomeriggio sono abbastanza liberi –.
– Ma ho già detto che non posso! – reagì l’altra, alzando il tono di voce. Il figlio provò a liberarsi dalla stretta di mano della madre. – Avevo appuntamento oggi –, insisté. Ilaria trasse un lungo respiro: non poteva fare eccezioni.
– Non c’è posto, il tuo appuntamento era alle dieci –, ripeté allora, risoluta. – La prossima volta cerca di arrivare puntuale, o almeno avvisaci per tempo –.
Sunday alzò gli occhi al cielo e borbottò qualche imprecazione. Non capiva il perché non potesse essere visitata dopo le due donne in sala d’attesa. Finché non fossero arrivate altre persone, che problema c’era? Si sentiva stretta in quella rigidità che non le era familiare, come una pelle che continua a tirare ancora e ancora, ma alla fine si ritrovò ad annuire poco convinta. Quali altre possibilità aveva?
– Mercoledì mattina –, decretò con un sospiro. Abbassò lo sguardo sul figlio, come a volergli ricordare che la vita è fatta anche di compromessi. E di persone che ti chiamano per nome, mentre si rivolgono ad altri con “signora Gallo”.
Ilaria, d’altra parte, provò solo un senso di sollievo; non aveva nessuna voglia di discutere. Controllò subito gli orari liberi. – Sempre alle dieci? –, chiese.
Sunday abbozzò un sorriso ironico. – Sempre alle dieci –, confermò infine, mentre il bambino mostrava i palmi di entrambe le mani all’infermiera.
Era una serenità che stava cercando da ormai tanto tempo.
Laura non avrebbe mai immaginato che alla fine l’avrebbe trovata nella sua casella di posta elettronica, in formato PDF. Dopo aver scaricato il suo contratto di lavoro a tempo indeterminato, aveva tirato un sospiro di sollievo.
Era il primo dopo una lunga serie di delusioni e fatiche, ma ora poteva finalmente riporre nel cassetto gli strumenti da equilibrista. Dopo più di vent’anni di attività occasionali e sottopagati, diventare impiegata alle poste le sembrava una buona base per cominciare a rimettere insieme i pezzi della sua vita.
Quel giorno aveva già effettuato il pagamento di cinque bollette, fatto due prelievi e consegnato una mensilità NASpI, quando al suo sportello comparve una nuova utente, il numero A19.
Era una donna nera, sui sessant’anni, con una lunga veste ocra e i capelli raccolti in un turbante dello stesso colore. A Laura ricordò subito alcune signore somale del suo condominio con cui aveva condiviso sì e no dieci parole in sei anni.
– Buongiorno, vorrei aprire un conto postale –, esordì la signora. Il suo italiano tradì una lieve inflessione straniera.
– Certo, mi servono un documento di identità e il codice fiscale –, le rispose Laura. Cominciò ad avviare la pratica sul suo computer, ripassando mentalmente i vari passaggi da fare. In quei primi mesi di lavoro non voleva fare alcun errore; viveva ancora con il timore che i responsabili potessero cambiare idea su di lei. Per questo guardò con esitazione i documenti che Sagal - come lesse sulla carta di identità - le aveva appena passato al di là dello sportello.
Risultava avere la cittadinanza italiana, ma Laura ebbe comunque dei dubbi.
Da qualche parte su Internet aveva letto che il mercato dei falsificatori di documenti stava diventando sempre più accurato e preciso, soprattutto nei paesi africani. Aveva addirittura sentito aneddoti preoccupanti di alcuni colleghi, che si erano ritrovati a dover chiamare la polizia dopo aver scoperto conti correnti sospetti e carte di identità false.
Lei non voleva finire in una situazione simile. Guardò Sagal in volto e cercò indizi che potessero svelare le sue intenzioni. – Le chiedo gentilmente anche il permesso di soggiorno –, aggiunse allora, come cautela in più. Pensava che quello sarebbe stato più difficile da replicare.
Sagal socchiuse un attimo gli occhi e la fissò interdetta. – Mi scusi, non capisco. Sono cittadina italiana –.
– È per una questione di sicurezza –.
– Sì, ma le sto dicendo che non ha senso –.
– È sempre stata cittadina italiana? –.
– No, ma lo sono diventata quattro anni fa. Cosa c’entra con un conto postale? –.
– Ci sono stati alcuni problemi in passato, vorremmo solo essere un po’ più cauti ora. Ha il
suo vecchio permesso di soggiorno con sé o la domanda di cittadinanza? –. Laura vide l’espressione di Sagal passare dall’incredulità all’indignazione: le sopracciglia si aggrottarono così tanto che gli occhi divennero fessure incandescenti.
– Sono cittadina italiana –, ripeté, scandendo bene le parole. Trasse un profondo respiro. – Non ho bisogno di nessun permesso per vivere qui, né per aprire un conto corrente alle poste –. Il tono di voce si stava facendo sempre più alto.
Laura cominciò ad agitarsi; tamburellò le dita sul tavolo in un tic nervoso, ma cercò di mostrarsi ferma nella sua posizione. Le era già capitato di discutere con alcuni clienti per questioni piccole come la precedenza nella fila, soprattutto quando c’erano prenotati via app, ma non era ancora arrivata a quei livelli.
Con la coda dell’occhio vide che le altre persone in coda le stavano guardando con un misto di curiosità e fastidio, una sensazione che caratterizzava quasi tutti gli uffici postali.
– Ci diamo una mossa? Se ci sono problemi con i documenti della signora, non ho problemi a chiamare io stesso la questura! – intervenne un uomo.
Fu la ciliegina sulla torta.
Sagal lo fulminò con lo sguardo, raccolse le sue carte e scosse la testa. Non poteva credere di doversi ancora confrontare con quella situazione e rivendicare un riconoscimento che le spettava di diritto, dopo tutti gli anni vissuti lì. Si rivolse a Laura a denti stretti: – Lei si dovrebbe solo vergognare –.
Quando uscì dall’ufficio a grandi falcate, scese un breve silenzio carico di tensione.
La sportellista si guardò intorno e incrociò lo sguardo interrogativo di una collega. Si era forse sbagliata? Non avrebbe dovuto insistere?
Le venne il dubbio di aver superato un limite, ma al contempo aveva l’impressione che fosse successo tutto troppo in fretta.
L’unica cosa di cui era certa era che quel lavoro le serviva.
Con uno strano peso al cuore, chiamò il numero successivo.