malinteso
diceria
fastidio
abitudine
apparenza
meraviglia
limite
cura
alternative
rabbia
sfumature
distanza
tempo
segno
appartenenze
vertigine
amarezza
corpo
eccezione
sospetto
empatia
equilibri
compromesso
preoccupazione
dubbio
legame
disagio

14. Apnea

14 storiaPollo, limoni, aglio, cipolle, manioca, foglie di alloro.
Amadou continuava a ripetere tra sé e sé la lista della spesa che gli aveva consegnato Fatoumata quella mattina, sicuro di essersi dimenticato qualcosa. Aveva contato sette ingredienti prima di prendere il treno, ma aveva perso il bigliettino su cui la mano della moglie aveva sbrigativamente segnato le sue richieste.
– Già che passi a Torino, fai un salto anche a Porta Palazzo – gli aveva detto, accompagnandolo alla porta. Si era sistemata un lembo della fascia che le copriva le treccine e aveva sorriso con gli occhi. – Stasera preparo lo yassa poulet. –

Amadou le aveva dato un bacio: non vedeva l’ora.

Aveva lasciato casa con quel pensiero felice e, nonostante il ritardo iniziale, era riuscito ad arrivare in tempo a Torino, dove l’avevano chiamato per una mediazione wolof.
Ora, di ritorno a Porta Nuova dopo i vari impegni, tutto ciò a cui riusciva a pensare era l’ingrediente mancante. Sapeva che non era fondamentale per la ricetta, ma non era una cosa che avrebbe potuto dire a Fatoumata. Sorrise all’idea, mentre entrava in stazione. Alzò lo sguardo verso il tabellone delle partenze: il treno per Carmagnola delle 12:41 sarebbe partito a breve. Si affrettò verso il binario, intralciato dai vari sacchetti del mercato.

Fu in quel momento che li vide svoltare l’angolo.
Erano in due, un uomo e una donna in una divisa ben stirata, ancora giovani - trent’anni o poco più. I poliziotti si guardarono intorno con attenzione, scambiandosi un paio di battute che Amadou non riuscì a sentire. Ma vide i loro occhi superare la ragazza che si era fermata davanti alle vetrine di una libreria, la coppia di signori anziani che trascinava il suo bagaglio, il padre che passeggiava con i suoi bambini. Poi, come attratti da una calamita, si fermarono su di lui.
Il mediatore avrebbe voluto accelerare il passo per evitarli, far finta di niente, ma era ormai troppo tardi. Si stavano avvicinando.
– Buongiorno, documenti –, gli chiese il poliziotto più basso, senza una particolare intonazione. Lo guardò negli occhi e attese.
– Certo, subito –, rispose lui, cominciando tuttavia a sentire un leggero nervosismo duettare con i battiti del cuore. Era consapevole della normalità di quel controllo, per quanto avesse qualche dubbio sulla “casualità della scelta”, ma non poteva fare a meno di preoccuparsi ogni volta che succedeva. Per chi – immigrato come lui - aveva avuto una lunga serie di problemi con i documenti, restava in ogni caso il dubbio.
E se ci fosse stato un errore? E se all’anagrafe avessero sbagliato a scrivere il suo nome e lui non l’avesse notato per tempo?
Amadou non poteva fare a meno di provare un senso di smarrimento. Durava una frazione di secondo, giusto il tempo per sentire il cuore accelerare e il respiro farsi corto.
Aveva sentito troppe storie per non preoccuparsi.
Guardò ancora una volta i due poliziotti e fece un cenno di assenso con la testa. Posò a terra i sacchi della spesa e recuperò il suo portafoglio dalla tasca destra dei pantaloni. Eccola, la sua doppia salvezza: la carta di identità e il permesso di soggiorno.
Porse i documenti al poliziotto che glieli aveva chiesti. L’uomo li prese in mano, li girò più volte, li guardò a lungo come a voler essere certo di ogni dettaglio; gli capitava spesso di trovare delle ottime riproduzioni. Passò quindi a confrontare le fototessere, poi posò nuovamente lo sguardo su Amadou. Lui si sentiva in apnea.
Dopo dieci lunghi secondi, il poliziotto annuì. – La ringrazio, può andare –, disse infine. Gli rivolse un sorriso educato.
Amadou si lasciò sfuggire un sospiro sollevato. Recuperò i documenti e si avviò verso i binari, lasciandosi via via la tensione alle spalle. Si chiese se la polizia fosse in grado di vedere qualcos’altro oltre l’uomo nero alto un metro e novanta, o se non fosse stufa di ripetere sempre i soliti schemi. Li notavano?
Amadou augurò loro di avere più capacità critica, a sé stesso di non trattenere più il fiato.

Quando diede una nuova occhiata al tabellone delle partenze, vide che mancavano ancora tre minuti. Corse allora a validare il biglietto e salì sul treno in fretta e furia, portandosi dietro tutte le buste di Porta Palazzo. Gli cadde qualche foglia di alloro.
Una volta partito, man mano che si allontanava dalla stazione, Amadou si ritrovò, si sentì lucido, provò una rinnovata leggerezza. Fu in quel momento che gli tornarono in mente. Le olive.
Ecco cosa si era dimenticato.

13. La visita era alle dieci

13 storiaLe lancette dell’orologio segnavano trentacinque minuti di ritardo. Ilaria spostò lo sguardo dalla parete bianca dell’ufficio al telefono sulla scrivania, sperando di cogliere una qualche vibrazione. Attese per dieci secondi, gli occhi fissi sull’apparecchio, ma niente. Capì che Sunday Uchendu non si sarebbe presentata al suo appuntamento, né tantomeno avrebbe chiamato per avvisare. Non era la prima volta che le succedeva una cosa simile con delle donne nigeriane: sembrava che avessero una concezione del tempo tutta loro. Ilaria sbuffò. Ciò che la infastidiva non era tanto il fatto di aver aspettato, ma di aver aspettato senza nessuna giustificazione.

Borbottò tra sé e sé e cercò di ritrovare pensieri positivi, mentre riordinava alcuni documenti. In realtà lavorare in consultorio le piaceva, nonostante i ritardi e gli appuntamenti mancati. Negli anni aveva visto centinaia di donne e uomini passare da quei corridoi, con il sorriso ansioso di chi sta per diventare genitore o la confusione di chi non sa cosa fare. Ma in quel via vai c’era un forte elemento umano in gioco, il motivo per cui Ilaria aveva scelto di lasciare l’ospedale in cui lavorava come infermiera per trasferirsi lì. Le sembrava che l’ambiente fosse più disteso, che fosse più semplice condividere un legame tra una visita e l’altra. Il vociare dei colleghi fuori dall’ufficio la risvegliò dal suo flusso di pensieri. Decise di prendersi un caffè anche lei: meritava un momento di pausa, lontana da tutte quelle agende di gravidanza. Mentre si dirigeva verso le macchinette, sentì un vociare provenire dalla porta di ingresso; fu allora che la vide entrare. Sunday attraversò il corridoio con una voluminosa chioma di treccine rosse in testa e un bambino di quattro anni per mano. Camminava senza fretta, parlando ad alta voce con gli auricolari. Se i calcoli erano corretti, doveva essere arrivata alla sedicesima settimana. Ilaria notò un primo accenno di pancia sotto la t-shirt verde.
– Ho un appuntamento con la dottoressa –, esordì la donna, incrociando il suo sguardo. Nel frattempo chiuse la chiamata in corso con una lingua che sembrava un misto tra inglese, italiano e qualcos’altro.
L’infermiera alzò un sopracciglio. La stava prendendo in giro?
– Due ore fa –, la corresse, un po’ piccata. – L’appuntamento era previsto per le dieci, non adesso –. Con uno sguardo le indicò l’orologio appeso in sala d’attesa: erano le undici e mezza.Sunday scrollò le spalle e fece schioccare le labbra, un gesto che le aveva visto fare tante volte. – Ho avuto degli impegni a lavoro –, fu la sua risposta. Dietro quelle sei parole, Ilaria cercò di leggervi una verità più sfaccettata, che aggiungesse una qualche forma di complessità alla situazione, come la necessità di prendere un turno extra all’ultimo o la storia di un marito assente nel momento del bisogno. Come spiegazione poteva avere anche senso, dal momento che agli incontri precedenti aveva sempre visto solo lei e il bambino. Ma Sunday non confermò né smentì le sue ipotesi. Semplicemente, aspettava. Dal suo punto di vista, ciò che contava era il fatto che fosse arrivata; pensava che questo fosse più che sufficiente per andare avanti con la visita. In sala c’erano altre due donne sedute sulle panche, in attesa del loro appuntamento. Una di loro la stava guardando da lontano.
– Sunday, non abbiamo più posti liberi oggi –, le fece notare Ilaria. – Se decidiamo un orario, non puoi arrivare due ore dopo, non è così che funzionano le cose. Proviamo la prossima settimana –.
– La prossima settimana non posso, lavoro –.
– Tutti i giorni? Magari puoi chiedere un permesso –.
Sunday scosse la testa. Il figlio la imitò. – Non posso essere visitata oggi? –
– In realtà ci sarei io, adesso –, intervenne a quel punto la donna che le stava osservando. Ilaria la vide avvicinarsi e lanciare un’occhiata preoccupata verso Sunday e il bambino. – Non posso fare tardi oggi –, volle precisare. – Ci manca solo che questa mi superi –.
– Posso aspettare –, la tranquillizzò Sunday, squadrandola dalla testa ai piedi. Tra di loro sembrò passare una scarica elettrica.
– Eh, ci mancherebbe solo! Qui in Italia gli orari si rispettano –.
L’infermiera aveva alcuni dubbi a riguardo, ma non le sembrò il caso di ribattere; colse però l’attimo per provare a risolvere la questione. Tra le tante cose le piacevano del consultorio, momenti come quello sicuramente non rientravano nella lista.
– Dopo la signora Gallo, c’è già un’altra paziente. Non possiamo incastrare tutto oggi, Sunday –. Recuperò l’agenda del consultorio e propose delle alternative. – Mercoledì prossimo? Sia mattina che pomeriggio sono abbastanza liberi –.
– Ma ho già detto che non posso! – reagì l’altra, alzando il tono di voce. Il figlio provò a liberarsi dalla stretta di mano della madre. – Avevo appuntamento oggi –, insisté. Ilaria trasse un lungo respiro: non poteva fare eccezioni.
– Non c’è posto, il tuo appuntamento era alle dieci –, ripeté allora, risoluta. – La prossima volta cerca di arrivare puntuale, o almeno avvisaci per tempo –.
Sunday alzò gli occhi al cielo e borbottò qualche imprecazione. Non capiva il perché non potesse essere visitata dopo le due donne in sala d’attesa. Finché non fossero arrivate altre persone, che problema c’era? Si sentiva stretta in quella rigidità che non le era familiare, come una pelle che continua a tirare ancora e ancora, ma alla fine si ritrovò ad annuire poco convinta. Quali altre possibilità aveva?
– Mercoledì mattina –, decretò con un sospiro. Abbassò lo sguardo sul figlio, come a volergli ricordare che la vita è fatta anche di compromessi. E di persone che ti chiamano per nome, mentre si rivolgono ad altri con “signora Gallo”.
Ilaria, d’altra parte, provò solo un senso di sollievo; non aveva nessuna voglia di discutere. Controllò subito gli orari liberi. – Sempre alle dieci? –, chiese.
Sunday abbozzò un sorriso ironico. – Sempre alle dieci –, confermò infine, mentre il bambino mostrava i palmi di entrambe le mani all’infermiera.

12. Identità in dubbio

12 storiaEra una serenità che stava cercando da ormai tanto tempo.
Laura non avrebbe mai immaginato che alla fine l’avrebbe trovata nella sua casella di posta elettronica, in formato PDF. Dopo aver scaricato il suo contratto di lavoro a tempo indeterminato, aveva tirato un sospiro di sollievo.
Era il primo dopo una lunga serie di delusioni e fatiche, ma ora poteva finalmente riporre nel cassetto gli strumenti da equilibrista. Dopo più di vent’anni di attività occasionali e sottopagati, diventare impiegata alle poste le sembrava una buona base per cominciare a rimettere insieme i pezzi della sua vita.

Quel giorno aveva già effettuato il pagamento di cinque bollette, fatto due prelievi e consegnato una mensilità NASpI, quando al suo sportello comparve una nuova utente, il numero A19.
Era una donna nera, sui sessant’anni, con una lunga veste ocra e i capelli raccolti in un turbante dello stesso colore. A Laura ricordò subito alcune signore somale del suo condominio con cui aveva condiviso sì e no dieci parole in sei anni.
– Buongiorno, vorrei aprire un conto postale –, esordì la signora. Il suo italiano tradì una lieve inflessione straniera.
– Certo, mi servono un documento di identità e il codice fiscale –, le rispose Laura. Cominciò ad avviare la pratica sul suo computer, ripassando mentalmente i vari passaggi da fare. In quei primi mesi di lavoro non voleva fare alcun errore; viveva ancora con il timore che i responsabili potessero cambiare idea su di lei. Per questo guardò con esitazione i documenti che Sagal - come lesse sulla carta di identità - le aveva appena passato al di là dello sportello.
Risultava avere la cittadinanza italiana, ma Laura ebbe comunque dei dubbi.
Da qualche parte su Internet aveva letto che il mercato dei falsificatori di documenti stava diventando sempre più accurato e preciso, soprattutto nei paesi africani. Aveva addirittura sentito aneddoti preoccupanti di alcuni colleghi, che si erano ritrovati a dover chiamare la polizia dopo aver scoperto conti correnti sospetti e carte di identità false.
Lei non voleva finire in una situazione simile. Guardò Sagal in volto e cercò indizi che potessero svelare le sue intenzioni. – Le chiedo gentilmente anche il permesso di soggiorno –, aggiunse allora, come cautela in più. Pensava che quello sarebbe stato più difficile da replicare.
Sagal socchiuse un attimo gli occhi e la fissò interdetta. – Mi scusi, non capisco. Sono cittadina italiana –.
– È per una questione di sicurezza –.
– Sì, ma le sto dicendo che non ha senso –.
– È sempre stata cittadina italiana? –.
– No, ma lo sono diventata quattro anni fa. Cosa c’entra con un conto postale? –.
– Ci sono stati alcuni problemi in passato, vorremmo solo essere un po’ più cauti ora. Ha il
suo vecchio permesso di soggiorno con sé o la domanda di cittadinanza? –. Laura vide l’espressione di Sagal passare dall’incredulità all’indignazione: le sopracciglia si aggrottarono così tanto che gli occhi divennero fessure incandescenti.
– Sono cittadina italiana –, ripeté, scandendo bene le parole. Trasse un profondo respiro. – Non ho bisogno di nessun permesso per vivere qui, né per aprire un conto corrente alle poste –. Il tono di voce si stava facendo sempre più alto.

Laura cominciò ad agitarsi; tamburellò le dita sul tavolo in un tic nervoso, ma cercò di mostrarsi ferma nella sua posizione. Le era già capitato di discutere con alcuni clienti per questioni piccole come la precedenza nella fila, soprattutto quando c’erano prenotati via app, ma non era ancora arrivata a quei livelli.
Con la coda dell’occhio vide che le altre persone in coda le stavano guardando con un misto di curiosità e fastidio, una sensazione che caratterizzava quasi tutti gli uffici postali.
– Ci diamo una mossa? Se ci sono problemi con i documenti della signora, non ho problemi a chiamare io stesso la questura! – intervenne un uomo.
Fu la ciliegina sulla torta.
Sagal lo fulminò con lo sguardo, raccolse le sue carte e scosse la testa. Non poteva credere di doversi ancora confrontare con quella situazione e rivendicare un riconoscimento che le spettava di diritto, dopo tutti gli anni vissuti lì. Si rivolse a Laura a denti stretti: – Lei si dovrebbe solo vergognare –.
Quando uscì dall’ufficio a grandi falcate, scese un breve silenzio carico di tensione.
La sportellista si guardò intorno e incrociò lo sguardo interrogativo di una collega. Si era forse sbagliata? Non avrebbe dovuto insistere?
Le venne il dubbio di aver superato un limite, ma al contempo aveva l’impressione che fosse successo tutto troppo in fretta.
L’unica cosa di cui era certa era che quel lavoro le serviva.
Con uno strano peso al cuore, chiamò il numero successivo.

11. Chissà da dove arrivano tutti quei soldi

11 storiaPer un attimo gli sembrò di vivere un déjà-vu.
Quando il poliziotto della dogana gli fece segno di fermarsi, Marco si ricordò di quella volta in cui, ancora tredicenne, venne fatto perquisire in un centro commerciale. Aveva fatto suonare l’allarme alle porte di uscita, ma non aveva rubato nulla.
Nel mostrare l’interno del suo zaino Invicta si era comunque sentito a disagio. Il battito aveva cominciato ad accelerare, le parole erano uscite sempre più confuse e tremolanti. Da quell’episodio, Marco aveva capito che non avrebbe mai potuto avere un futuro da ladro: non riusciva a nascondere le sue emozioni.

Con un nuovo tuffo al cuore, fermò il suo carrello portabagagli e fece cenno ai genitori dietro di lui di fare lo stesso. Tra un paio d’ore sarebbero partiti per Shanghai, da dove avrebbero preso un pullman per arrivare al paese natale dei suoi.
Dopo quasi tre anni dall’ultima vacanza, avevano finalmente deciso di chiudere il loro ristorante e organizzare un nuovo viaggio in Cina, così da rivedere tutta la famiglia: nonni, cugini, persone con cui Marco non aveva legami di sangue, ma che doveva ugualmente chiamare ayi o shushu come gli zii.
Nei giorni precedenti lui e i genitori avevano riempito i bagagli con regali per tutti, dai vini ai cibi italiani, dalle scatole di Ferrero Rocher al latte in polvere. Per arrivare in aeroporto, avevano dovuto chiedere aiuto a un amico con un furgoncino.
Marco non era dunque sorpreso di aver attirato l’attenzione della dogana, ma trattenne ugualmente il respiro e salutò l’agente che li aveva fermati, un certo Paolo.
Questo lo guardò negli occhi con un’espressione indecifrabile, poi gli chiese di aprire le valigie che trasportava. – Dobbiamo verificarne il contenuto –, disse solo, facendo un cenno anche ai genitori. Non aveva battuto ciglio per tutto il tempo.
– Cosa sta succedendo? –, chiese il padre in cinese, avvicinandosi al figlio. Marco scrollò le spalle. – Vogliono solo dare un’occhiata, credo –.
– Il volo parte tra poco, non abbiamo così tanto tempo –, intervenne la madre, preoccupata di perdere l’aereo.
I tre aprirono le valigie sotto l’occhio attento dell’agente, che sembrò passare in rassegna ogni oggetto. L’uomo chiese di mostrare anche le tasche interne e di sollevare alcuni strati di vestiti: nel corso del suo lavoro, aveva scoperto che molti nascondevano prodotti sospetti sotto l’intimo. Non trovò nulla, ma lui continuò a cercare meticolosamente - non a caso, tra i colleghi era conosciuto come quello più scrupoloso.
– Marco, ora basta! Di’ qualcosa, tu che sai meglio l’italiano –, sbottò a quel punto il padre. Quando cominciava a spazientirsi, sembrava dimenticare l’italiano: il volto diventava rosso per lo sforzo e sulla fronte si poteva intravedere una vena pulsante, mentre le espressioni gli uscivano confuse.
Marco provò a fare qualcosa, ma non aveva la più pallida idea di come affrontare un funzionario della dogana. In fin dei conti, aveva appena compiuto quindici anni. – Scusi, ma c’è qualche problema? – tentò.
Paolo sollevò lo sguardo su di lui, rimettendo a posto una busta di medicinali che la madre si era premurata di portare. – È un controllo di routine –, spiegò. – Negli ultimi anni abbiamo sorpreso alcune persone trasportare migliaia di contanti senza dichiarazione, superando i limiti imposti –. Una piccola pausa. – Molte di loro erano cinesi –, aggiunse, come a giustificare la legittimità di quel controllo.

Nelle valigie di altri viaggiatori diretti per la Cina, infatti, aveva trovato decine e decine di rotoli di soldi. Chissà da dove arrivavano.
– Noi non ne abbiamo –, ribatté Marco.
La voce tremò per un attimo, a causa della sua generale ansia nei confronti dell’autorità.
Temeva di cominciare a balbettare come due anni prima.
In quel momento vennero raggiunti da un altro agente, che chiese spiegazioni di quel caos di bagagli. Dopo aver ascoltato una sintesi dell’accaduto, liquidò la faccenda con un gesto della mano e si rivolse a Paolo: – Se non hai trovato nulla, lasciali andare. Hanno un volo da prendere –. Ci fu un lungo momento di silenzio.
L’uomo sembrava dubbioso, ma alla fine fece un cenno quasi impercettibile con la testa: era un via libera.
Marco continuò a sentire il suo sguardo anche quando lui e i genitori si affrettarono a chiudere tutto e a dirigersi verso l’imbarco.
Il cuore batteva ancora forte.

03. Ha un appuntamento?

03 storiaC’erano tre cose che Elisa non avrebbe mai smesso di fare: bere il caffè senza zucchero,
leggere gialli e impostare almeno tre sveglie la mattina.
Da quando si era trasferita fuori Torino, era diventata anche lei una delle tante pendolari della regione: ciò voleva dire essere in continua competizione con il tempo.
Quel giorno ebbe fortuna e riuscì addirittura ad arrivare in studio in anticipo; fece arieggiare gli spazi e aspettò l’arrivo della dottoressa con calma, sfogliando una rivista per famiglie.

Essere segretaria di uno studio pediatrico non le dispiaceva: era riuscita a trovare i suoi ritmi, a ritagliarsi uno spazio di pace tutto suo. Almeno fino all’emergenza sanitaria, quando, nell’angolo della sua reception, si era improvvisamente trovata in una terra di mezzo. Poiché era la prima a rispondere al telefono, era anche la prima a cui le persone chiedevano assistenza, confidavano dubbi o urlavano contro.
Spesso non riusciva neppure a capire le parole dall’altra parte della cornetta. Lingue diverse inciampavano su sé stesse per dare senso a un bisogno urgente, quello di proteggere i propri figli, ma gli ostacoli erano tanti.
Le era capitato anche il giorno prima, quando una signora aveva provato a descriverle i sintomi del suo bambino. Dall’accento e dall’inflessione della voce, Elisa aveva intuito che la donna dovesse avere origini marocchine. Alla fine non si erano capite.
– Se il bambino ha solo un filo di febbre, la dottoressa consiglia di aspettare ancora un po’ e monitorare la situazione. Richiami se ha bisogno, buona giornata –. La segretaria aveva concluso la chiamata con una frase frettolosa, prima di rispondere al numero successivo. I problemi di comunicazione non erano una novità e attivare mediazioni più costanti non era cosa facile.
Quando la pediatra arrivò in studio, la salutò con un sorriso abbozzato e fece subito entrare una donna con il passeggino: la prima paziente della giornata.
Davanti all’ingresso, intanto, si era già formata una piccola coda.
Elisa cominciò a misurare le temperature e a far accomodare in sala chi aveva un appuntamento. A un certo punto, però, il termoscanner fece uno strano bip e segnalò 37 gradi sulla fronte di un bambino.
– Mio figlio sta male, ha la febbre –. La madre, accanto a lui, confermò il suo dubbio. Indossava un velo bordeaux intorno alla testa, che le nascondeva tutti i capelli, forse bruni. Elisa riconobbe la signora che aveva sentito il giorno prima, Aicha. Sembrava non avesse dormito per tutta la notte.
– Ha un appuntamento? – le chiese, ma sapeva già la risposta. L’altra scosse il capo.
– Signora, la dottoressa riceve solo su appuntamento, gliel’ho detto anche ieri. Le avevo anche detto di chiamare prima di decidere di venire –.
La segretaria trasse un profondo respiro e si guardò intorno, cogliendo il nervosismo di alcune persone in fila. Senza volerlo le era uscito anche un tono esasperato.
Non era la prima che succedeva. Sembrava che le indicazioni sul sito, sui social, sulla porta fuori dallo studio non servissero a nulla. Pensare che li avevano fatti tradurre anche in altre lingue! – Non può fare come vuole. È per la sicurezza di tutti –.
Aicha annuì, ma intanto frugò nella borsa per tirare fuori la tessera sanitaria del figlio. Non sembrava intenzionata ad andarsene prima di vedere la dottoressa. Le due si guardarono a lungo.

Elisa era certa che in giornata si sarebbero presentate altre persone senza appuntamento. Se avesse detto di sì a quella donna, avrebbe dovuto dire di sì a tutti. Già si immaginava la reazione della pediatra.
Nel frattempo, intorno a loro, cominciarono a farsi sentire le voci degli altri. Un’orchestra di armonie e contrasti.
– Ma certo, portiamo un bambino con la febbre in mezzo ad altra gente. Non stiamo mica vivendo una pandemia! –
– Non ha rispetto per la salute degli altri! –
– È solo preoccupata per il figlio, lasciatela stare! –
Elisa vide le guance di Aicha incendiarsi. Non riuscì a capire se fosse per la rabbia, la vergogna o altro, ma le chiese di farsi da parte con il bambino, mentre lasciava entrare i genitori degli altri pazienti.
– Non vi posso far accomodare dentro… –, cominciò. Fece una pausa, spostando lo sguardo dalla madre al figlio. Il piccolo sembrava stremato, ma vigile. La guardava con occhi nerissimi, circondati da un principio di occhiaie.
La volontà di Elisa di non fare eccezioni alla regola vacillò. La donna finì per sbuffare e annuire. – … ma va bene per la visita. Appena la dottoressa finisce con chi c’è, veniamo a voi. La prossima volta, però, rispettate le regole! –.
A quelle parole, Aicha sgranò gli occhi e fece di sì con la testa più volte. Le sorrise timidamente, circondando le spalle del bambino con un braccio.
Elisa non ricambiò, ma sospirò a lungo e forte. Quella mattina non aveva ancora bevuto il suo caffè.

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