malinteso
diceria
fastidio
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cura
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distanza
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compromesso
preoccupazione
dubbio
legame
disagio

13. La visita era alle dieci

13 storiaLe lancette dell’orologio segnavano trentacinque minuti di ritardo. Ilaria spostò lo sguardo dalla parete bianca dell’ufficio al telefono sulla scrivania, sperando di cogliere una qualche vibrazione. Attese per dieci secondi, gli occhi fissi sull’apparecchio, ma niente. Capì che Sunday Uchendu non si sarebbe presentata al suo appuntamento, né tantomeno avrebbe chiamato per avvisare. Non era la prima volta che le succedeva una cosa simile con delle donne nigeriane: sembrava che avessero una concezione del tempo tutta loro. Ilaria sbuffò. Ciò che la infastidiva non era tanto il fatto di aver aspettato, ma di aver aspettato senza nessuna giustificazione.

Borbottò tra sé e sé e cercò di ritrovare pensieri positivi, mentre riordinava alcuni documenti. In realtà lavorare in consultorio le piaceva, nonostante i ritardi e gli appuntamenti mancati. Negli anni aveva visto centinaia di donne e uomini passare da quei corridoi, con il sorriso ansioso di chi sta per diventare genitore o la confusione di chi non sa cosa fare. Ma in quel via vai c’era un forte elemento umano in gioco, il motivo per cui Ilaria aveva scelto di lasciare l’ospedale in cui lavorava come infermiera per trasferirsi lì. Le sembrava che l’ambiente fosse più disteso, che fosse più semplice condividere un legame tra una visita e l’altra. Il vociare dei colleghi fuori dall’ufficio la risvegliò dal suo flusso di pensieri. Decise di prendersi un caffè anche lei: meritava un momento di pausa, lontana da tutte quelle agende di gravidanza. Mentre si dirigeva verso le macchinette, sentì un vociare provenire dalla porta di ingresso; fu allora che la vide entrare. Sunday attraversò il corridoio con una voluminosa chioma di treccine rosse in testa e un bambino di quattro anni per mano. Camminava senza fretta, parlando ad alta voce con gli auricolari. Se i calcoli erano corretti, doveva essere arrivata alla sedicesima settimana. Ilaria notò un primo accenno di pancia sotto la t-shirt verde.
– Ho un appuntamento con la dottoressa –, esordì la donna, incrociando il suo sguardo. Nel frattempo chiuse la chiamata in corso con una lingua che sembrava un misto tra inglese, italiano e qualcos’altro.
L’infermiera alzò un sopracciglio. La stava prendendo in giro?
– Due ore fa –, la corresse, un po’ piccata. – L’appuntamento era previsto per le dieci, non adesso –. Con uno sguardo le indicò l’orologio appeso in sala d’attesa: erano le undici e mezza.Sunday scrollò le spalle e fece schioccare le labbra, un gesto che le aveva visto fare tante volte. – Ho avuto degli impegni a lavoro –, fu la sua risposta. Dietro quelle sei parole, Ilaria cercò di leggervi una verità più sfaccettata, che aggiungesse una qualche forma di complessità alla situazione, come la necessità di prendere un turno extra all’ultimo o la storia di un marito assente nel momento del bisogno. Come spiegazione poteva avere anche senso, dal momento che agli incontri precedenti aveva sempre visto solo lei e il bambino. Ma Sunday non confermò né smentì le sue ipotesi. Semplicemente, aspettava. Dal suo punto di vista, ciò che contava era il fatto che fosse arrivata; pensava che questo fosse più che sufficiente per andare avanti con la visita. In sala c’erano altre due donne sedute sulle panche, in attesa del loro appuntamento. Una di loro la stava guardando da lontano.
– Sunday, non abbiamo più posti liberi oggi –, le fece notare Ilaria. – Se decidiamo un orario, non puoi arrivare due ore dopo, non è così che funzionano le cose. Proviamo la prossima settimana –.
– La prossima settimana non posso, lavoro –.
– Tutti i giorni? Magari puoi chiedere un permesso –.
Sunday scosse la testa. Il figlio la imitò. – Non posso essere visitata oggi? –
– In realtà ci sarei io, adesso –, intervenne a quel punto la donna che le stava osservando. Ilaria la vide avvicinarsi e lanciare un’occhiata preoccupata verso Sunday e il bambino. – Non posso fare tardi oggi –, volle precisare. – Ci manca solo che questa mi superi –.
– Posso aspettare –, la tranquillizzò Sunday, squadrandola dalla testa ai piedi. Tra di loro sembrò passare una scarica elettrica.
– Eh, ci mancherebbe solo! Qui in Italia gli orari si rispettano –.
L’infermiera aveva alcuni dubbi a riguardo, ma non le sembrò il caso di ribattere; colse però l’attimo per provare a risolvere la questione. Tra le tante cose le piacevano del consultorio, momenti come quello sicuramente non rientravano nella lista.
– Dopo la signora Gallo, c’è già un’altra paziente. Non possiamo incastrare tutto oggi, Sunday –. Recuperò l’agenda del consultorio e propose delle alternative. – Mercoledì prossimo? Sia mattina che pomeriggio sono abbastanza liberi –.
– Ma ho già detto che non posso! – reagì l’altra, alzando il tono di voce. Il figlio provò a liberarsi dalla stretta di mano della madre. – Avevo appuntamento oggi –, insisté. Ilaria trasse un lungo respiro: non poteva fare eccezioni.
– Non c’è posto, il tuo appuntamento era alle dieci –, ripeté allora, risoluta. – La prossima volta cerca di arrivare puntuale, o almeno avvisaci per tempo –.
Sunday alzò gli occhi al cielo e borbottò qualche imprecazione. Non capiva il perché non potesse essere visitata dopo le due donne in sala d’attesa. Finché non fossero arrivate altre persone, che problema c’era? Si sentiva stretta in quella rigidità che non le era familiare, come una pelle che continua a tirare ancora e ancora, ma alla fine si ritrovò ad annuire poco convinta. Quali altre possibilità aveva?
– Mercoledì mattina –, decretò con un sospiro. Abbassò lo sguardo sul figlio, come a volergli ricordare che la vita è fatta anche di compromessi. E di persone che ti chiamano per nome, mentre si rivolgono ad altri con “signora Gallo”.
Ilaria, d’altra parte, provò solo un senso di sollievo; non aveva nessuna voglia di discutere. Controllò subito gli orari liberi. – Sempre alle dieci? –, chiese.
Sunday abbozzò un sorriso ironico. – Sempre alle dieci –, confermò infine, mentre il bambino mostrava i palmi di entrambe le mani all’infermiera.

06. Segni sul corpo

06 storiaIndicativo presente, passato prossimo, passato remoto, futuro semplice. Così come i verbi della sua lingua, Francesca avrebbe voluto coniugare la sua vita in tante forme diverse, fino a trovarne una in cui potersi riconoscere un po’ di più. Erano ormai sette anni che insegnava in quella scuola elementare. Non era stata la sua prima scelta, ma con il tempo aveva imparato ad amare il suo lavoro. Lì, tra quelle quattro mura, aveva scoperto la vitalità dei bambini.

Una vitalità che sembrava nascere da una curiosità costante, affamata, capace di accendere lo sguardo con mille domande. A Francesca il pensiero di contribuire al loro percorso piaceva, anche se a volte le capitava di provare quel senso di nostalgia per una vita che non aveva vissuto. Non lì, in quel piccolo comune piemontese.
Mentre finiva di spiegare la lezione, scacciò quei pensieri con un gesto verso la lavagna dietro di lei e si concentrò sulla sua classe. Man mano che si avvicinava l’intervallo, poteva percepire tutta la loro impazienza: i bambini erano pronti ad abbandonare i verbi e a correre in cortile. Al suono della campanella, la donna li vide sistemare i quaderni in fretta e furia, scattare in piedi e rivolgerle uno sguardo d’attesa.
– Mettetevi in fila per due –, ricordò allora lei, un sorriso nella voce, mentre recuperava il registro di classe e una giacca leggera. Ci fu un momento di caos, dove gli alunni si spostarono alla ricerca del proprio compagno o compagna di fila, tra risate e passi veloci. Una volta arrivati davanti al cortile, cominciarono subito a disperdersi per quel perimetro ben delimitato. – Giochiamo a “Strega tocca colore”? – gridò qualcuno.
Francesca si stiracchiò nei suoi cinquant’anni e fece un paio di passi verso una panchina. Dopo tutta quella grammatica, sentiva anche lei il bisogno di respirare l’aria fresca di aprile. Proprio in quel momento le finì quasi addosso Alessandro. L’unico bambino di origine straniera della classe non parlava molto, ma correva tanto; con lo sguardo le chiese scusa e fece per raggiungere i compagni dall’altra parte del cortile. Si era trasferito lì da meno di sei mesi, dopo aver vissuto in Cina con i nonni per un paio d’anni. Francesca fece per gridargli di fare più attenzione, ma un particolare la trattenne. Con la coda dell’occhio, aveva intravisto alcune macchie violacee alla base del collo, che sporgevano dalla maglietta blu del bambino.
– Alessandro, scusami, vieni un attimo qui –, lo richiamò a quel punto.
Al suono del suo nome, lo vide esitare, girarsi verso di lei e andarle incontro con un punto interrogativo. Gli occhi si erano stretti in due fessure più sottili e la stavano guardando come si guarda un puzzle. L’insegnante aveva provato a dare una spiegazione a quella caratteristica forma a mandorla, definendola “eredità degli antenati che vivevano in Siberia”, costretti a fronteggiare il vento e il bianco accecante riflesso dalla neve. Ma i bambini sanno essere fantasiosi e crudeli insieme, e le battute non erano mancate. Quando Alessandro arrivò di fronte a lei, Francesca poté dare un’occhiata da vicino ai segni sulla schiena, ma quello che scoprì la fece sobbalzare. La pelle era ricoperta di lividi rosso scuro, capillari rotti circoscritti in una strana forma rotonda. La donna non aveva mai visto niente di simile.
Più tardi, quando la situazione si sarebbe trasformata in un complesso caleidoscopio di intenzioni, incomprensioni e timori, avrebbe capito che era il risultato di una forma di medicina orientale, la coppettazione.
Ma in quel momento sentì solo il battito del cuore accelerare per lo spavento e un nodo alla gola che si sforzò di superare. Cominciò a inondare il bambino di domande. – Alessandro, cosa sono questi segni? Chi te li ha fatti? –
Lo guardò negli occhi, sperando di trovarvi una risposta senza che lui dovesse dire niente. Era la prima volta che le capitava un episodio simile. Francesca non si sentiva pronta ad affrontarlo. Il bambino non reagì. Coglieva l’ansia nella voce della maestra, ma non capiva che cosa volesse sapere dei segni, quale fosse la risposta giusta. Faceva ancora fatica a esprimersi in italiano, dal momento che in famiglia si parlava solo mandarino, ma si stava sforzando di imparare.
– Ti fanno male? –, gli chiese ancora lei, indicandogli i segni sulla schiena.
Lui annuì lievemente, ma Francesca non capì se fosse una risposta alla sua domanda. Si guardò intorno per controllare che gli altri bambini non avessero visto nulla. Sentiva un senso di smarrimento che la immobilizzava, ma più passavano i secondi, più cominciava a sospettare che fosse successo qualcosa in famiglia. Doveva essere così. Aveva incontrato la madre di Alessandro una sola volta, in occasione degli incontri con i genitori. Non le era sembrata così loquace, probabilmente anche a causa della lingua, ma aveva intuito che in casa il bambino era solito essere lasciato a sé stesso.
I genitori lavoravano in negozio tutto il giorno. A sentire i vicini della loro sartoria - in paesi come quelli le voci girano velocemente - i due non staccavano quasi mai prima delle undici di sera.
Alessandro poteva restare solo per moltissimo tempo. E poi?
Francesca si chiese tra sé e sé se ci fosse stato un maltrattamento, se tra un periodo di solitudine e l’altro fosse successo qualcosa. A distanza di giorni sarebbe tornata a quel momento più volte, per capire quali alternative avrebbe potuto avere. In quell’istante, tuttavia, si aggrappò semplicemente alla certezza di dover proteggere l’alunno ed evitare che affrontasse altre difficoltà. Decise così di prendere in mano la situazione e far partire una segnalazione agli assistenti sociali. Finito l’intervallo sarebbe andata a raccontare l’accaduto alla direttrice scolastica. Trasse un profondo respiro per calmarsi e darsi un pizzico di coraggio. Si guardò intorno ancora una volta.
Tra le fronde degli alberi piantati in cortile stava passando un sospiro di vento – delicato, silenzioso, pronto a cambiare.

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