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02. È solo un regalo

02 storiaEra già la terza volta che tornava all’Agenzia delle Entrate. In meno di una settimana Ismail aveva passato sei ore, ventiquattro minuti e quarantacinque secondi in coda. Tra le persone prima di lui, ne vide alcune che stavano leggendo dei documenti con una certa apprensione. Lui si era trovato nella stessa posizione poco tempo prima, quando aveva ricevuto un sollecito di pagamento di circa 703,72 euro. In fondo al documento si segnalava anche la possibilità di controllare la propria situazione debitoria online, tramite identità digitale.

Tuttavia, Ismail non aveva la più pallida idea di cosa fosse lo SPID e del perché dovesse pagare quell’importo. Anche se il suo ristorante di cucina bengalese - un sogno che aveva coltivato per anni dal suo arrivo in Italia - stava andando bene, settecento euro restavano una cifra considerevole. Ismail sarebbe stato disposto a pagare solo dopo averne saputo di più, per non commettere lo stesso errore due volte. Era andato direttamente all’Agenzia delle Entrate. La prima volta si era trovato davanti a un muro, di quelli che sono lì da anni e continuano a crescere, mattone dopo mattone.

– Non è di nostra competenza –.

Allo sportello un signore impaziente l’aveva liquidato così. Lui aveva provato a controbattere, ma purtroppo aveva ancora qualche difficoltà con la lingua. Così aveva lasciato l’ufficio con una certa amarezza. La seconda volta, per fortuna, era andata molto meglio.

– Certo, proviamo subito a verificare –.

Giovanni, lo sportellista che l’aveva accolto, si era dimostrato disponibile fin da subito. Aveva ascoltato i suoi dubbi con pazienza e aveva anche concordato sul fatto che essere imprenditori non fosse affatto facile. Alla fine dell’incontro, Ismail non solo aveva capito le ragioni delle multe - legate a una vecchia attività -, ma aveva anche scoperto di dover pagare una cifra più bassa. Per questo si trovava di nuovo nello stesso ufficio. Era deciso a ricambiare quell’aiuto prezioso con un dono, come era sempre stato abituato a fare. Fare la coda non gli pesava. Quando chiamarono finalmente il suo numero, si diresse allo sportello con un sorriso.

– È per lei –, esordì.

Giovanni ci mise qualche secondo prima di riconoscerlo; lo salutò confuso. – Signor Pal, ha dubbi su altro? –

– No no, sono qui per lei. Per darle questo –.

Lo sportellista abbassò lo sguardo sulla busta che Ismail aveva spinto verso di lui. La aprì un poco e spalancò gli occhi, riconoscendo un portafoglio in pelle firmato.

– Guardi, la ringrazio, ma non posso –, disse solo, dopo un momento di esitazione. Secondo il codice di comportamento dell’ufficio, non avrebbe potuto accettare alcun regalo dall’utenza. Quello, in particolare, sembrava anche costoso: accettarlo poteva creare delle situazioni equivoche e Giovanni voleva evitare il problema sul nascere.

– Lo prenda, per favore. Ieri mi è stato di grande aiuto –.

– Non posso, davvero, ma apprezzo il pensiero. Grazie mille –.

– È suo, lo accetti –, insisté Ismail. Per enfatizzare l’intento, lasciò lì il regalo e fece per andarsene, ma proprio in quel momento apparve il responsabile della sede, che aveva intravisto la scena da lontano. – Cosa sta succedendo qui? –, domandò, prima di dare una sbirciata al contenuto della busta e aggrottare la fronte. – Un portafoglio? – Spostò lo sguardo da Giovanni a Ismail, cercando di capire la situazione con le poche informazioni che aveva.

Lo sportellista provò a spiegare. – Ho aiutato il signore con una pratica ieri, e oggi è tornato a ringraziare –.

– Quindi è un regalo da parte sua? –

– Sì, ma gli stavo giusto dicendo che non posso accettare –.

– No, infatti, conosce bene il regolamento –, concordò l’altro, aggiungendo sottovoce: – Ma poi chissà dove l’avrà trovato, un portafoglio così. Magari l’avrà rubato da qualche parte –.

Giovanni incassò quel commento in silenzio, ma apparve a disagio. Si girò verso Ismail, sperando che non avesse sentito nulla, ma lui era riuscito proprio a cogliere la parola “rubato”.

– Io non ho rubato nulla –, intervenne allora, alzando la voce. – Sono un lavoratore onesto –. Si avvicinò di nuovo allo sportello per difendere la sua posizione, ma in quel momento sentì qualcuno gridare dalla fila.

– Ma basta! Sono in coda da un’ora, non è possibile! – protestò una signora, rivolgendo lo sguardo verso di lui. Lo indicò con una mano e scosse la testa. – Dopo il lavoro, questi ci rubano anche il tempo –. Qualcuno le fece eco, alimentando il brusio di sottofondo.

Il responsabile colse l’occasione per sorvolare sulle parole di Ismail e tagliare corto.

– Non possiamo passare la mattinata a discutere –, concluse, porgendogli di nuovo il pacco. – E non possiamo accettare regali dagli utenti, fine della storia. Lo riprenda, per favore –.

Ismail avrebbe voluto reagire, ma si sentì improvvisamente stanco. Non aveva più le forze per rispondere a tono, così prese in mano la busta e decise di andarsene. Guardò un’ultima volta verso Giovanni, che parve dispiaciuto, e si allontanò dall’ufficio con passo pesante. Quella mattina non avrebbe mai immaginato uno sviluppo del genere. Era così difficile fare un regalo, dimostrare una qualche forma di gratitudine?

Una volta fuori, trasse un lungo respiro e si sistemò meglio la giacca per coprirsi dal vento. Sentiva un groviglio allo stomaco, ma non ci volle fare troppo caso.

Tra meno di un’ora avrebbe dovuto aprire il ristorante e accogliere i primi clienti. Era tutto quello che contava.

05. Un documento qualunque

05 storiaDa un po’ di tempo Keya pensava spesso al proprio futuro, aggrovigliando pensieri su pensieri. Cosa avrebbe fatto dopo la maturità? Si sarebbe davvero iscritta all’università? L’unica certezza era la patente: finite le superiori, avrebbe cominciato a prendere lezioni di guida. Era stufa di dover dipendere dal padre o dai treni per qualunque spostamento. E quella mattina non fece eccezione.

Dopo aver rimandato la sveglia più volte, Keya si rese conto di essere in ritardo. Si vestì rapidamente e chiamò a gran voce il genitore, ma non ottenne alcuna risposta - doveva essere già uscito per lavoro. Così non le restò che borbottare qualche imprecazione, afferrare le chiavi di casa e correre in stazione.
Riuscì a salire sul suo treno poco prima della partenza.

Per la fretta, non era riuscita a fare il biglietto, ma si consolò con il fatto che il tragitto fosse breve. Doveva solo incrociare le dita per circa quindici minuti, ma purtroppo la speranza ne durò solo tre. Il capotreno entrò dalle porte in fondo al vagone.
A ogni passeggero che mostrava il biglietto, la ragazza si sentiva sprofondare.
Tra le altre cose, si era dimenticata di prendere anche il portafoglio: non poteva neppure cavarsela con un eventuale supplemento. Aspettò allora il suo turno con il battito accelerato, pregando che succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, invasioni aliene incluse.
– Biglietto? –. Keya sollevò lentamente lo sguardo, fino a leggere il nome Carlo sull’uniforme del capotreno. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma le uscirono parole confuse. – Corsa… stamattina… la fretta, mi scusi… –.
L’uomo intuì la verità. Diede un’occhiata allo zaino ai suoi piedi e capì che era solo una studentessa: probabilmente sarebbe scesa alla fermata successiva a Cuneo.
Ne aveva visti tanti come lei, giovani che non sapevano ancora organizzarsi o con la testa sopra le nuvole, ma sapeva che avrebbero imparato a fare più attenzione.
In più, non gli andava di iniziare la giornata con una multa.
– Mostrami un documento qualunque –, le chiese allora, sottovoce.
Keya lo guardò confusa, prima di capire che stava cercando di aiutarla per davvero. – Sì, certo, eccolo –, si affrettò a rispondere, tirando fuori un libro dallo zaino. Lo aprì a una pagina a caso e glielo mostrò come se al suo interno ci fosse il biglietto.
Lui annuì e fece finta di confermare il posto sul suo tablet. – Grazie e buona giornata –, la salutò, prima di continuare con il suo giro.
Keya tirò un sospiro di sollievo. Non poteva credere al suo colpo di fortuna!
Appoggiò la testa sullo schienale con un mezzo sorriso e guardò l’ora sul cellulare.
Una voce vicino a lei la prese contropiede.
– E questi favoritismi? – commentò un signore seduto a qualche posto più in là. – Questa ragazza non ha il biglietto –.
– L’ho visto anch’io! – gli fece eco una donna, scuotendo il capo. – Ormai l’Italia si è ridotta a questo. Noi paghiamo e loro viaggiano gratis, che vergogna –.
Keya strinse i pugni, ma non disse nulla.
– Non sopporto le persone che non fanno il loro lavoro. Le regole sono regole! –.
– Eh, ma ormai non si può più dire o fare nulla! Gli immigrati hanno sempre ragione –.
– E se vuoi viaggiare, compri il biglietto. Punto. Se non ce l’hai, ne paghi le conseguenze –.
Keya voleva rimanere fuori da quelle due discussioni mascherate in una.
Ingoiò la rabbia crescente e provò a ignorarli. Sapeva di essere nel torto e di certo non poteva ribattere al signore, ma non poteva accettare le insinuazioni dell’altra.
Con la coda dell’occhio vide il proprio riflesso sul finestrino: la pelle e gli occhi neri, le treccine, la bocca grande. A quella donna bastava così poco per darle un’etichetta?
Le era già capitato di trovarsi faccia a faccia con persone come lei e farle ragionare era una perdita di tempo. Soprattutto quando ricordava loro di essere italiana: la migrazione l’aveva conosciuta solo attraverso gli occhi del padre e i racconti sulla terra che l’aveva visto nascere, il Congo.
Mancavano ancora cinque minuti, ma Keya si diresse verso l’uscita.
Vide che il capotreno stava tornando indietro. Gli fece un cenno da lontano e, tra sé e sé, ringraziò le persone capaci di sfumature. Di uscire dai binari per un momento di umanità, al di là della rigida linea che divide il giusto dallo sbagliato.
Mentre scendeva dal treno, la giovane pensò che sarebbe potuta partire da lì per capire cosa fare dopo le superiori.

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