C’erano tre cose che Elisa non avrebbe mai smesso di fare: bere il caffè senza zucchero,
leggere gialli e impostare almeno tre sveglie la mattina.
Da quando si era trasferita fuori Torino, era diventata anche lei una delle tante pendolari della regione: ciò voleva dire essere in continua competizione con il tempo.
Quel giorno ebbe fortuna e riuscì addirittura ad arrivare in studio in anticipo; fece arieggiare gli spazi e aspettò l’arrivo della dottoressa con calma, sfogliando una rivista per famiglie.
Essere segretaria di uno studio pediatrico non le dispiaceva: era riuscita a trovare i suoi ritmi, a ritagliarsi uno spazio di pace tutto suo. Almeno fino all’emergenza sanitaria, quando, nell’angolo della sua reception, si era improvvisamente trovata in una terra di mezzo. Poiché era la prima a rispondere al telefono, era anche la prima a cui le persone chiedevano assistenza, confidavano dubbi o urlavano contro.
Spesso non riusciva neppure a capire le parole dall’altra parte della cornetta. Lingue diverse inciampavano su sé stesse per dare senso a un bisogno urgente, quello di proteggere i propri figli, ma gli ostacoli erano tanti.
Le era capitato anche il giorno prima, quando una signora aveva provato a descriverle i sintomi del suo bambino. Dall’accento e dall’inflessione della voce, Elisa aveva intuito che la donna dovesse avere origini marocchine. Alla fine non si erano capite.
– Se il bambino ha solo un filo di febbre, la dottoressa consiglia di aspettare ancora un po’ e monitorare la situazione. Richiami se ha bisogno, buona giornata –. La segretaria aveva concluso la chiamata con una frase frettolosa, prima di rispondere al numero successivo. I problemi di comunicazione non erano una novità e attivare mediazioni più costanti non era cosa facile.
Quando la pediatra arrivò in studio, la salutò con un sorriso abbozzato e fece subito entrare una donna con il passeggino: la prima paziente della giornata.
Davanti all’ingresso, intanto, si era già formata una piccola coda.
Elisa cominciò a misurare le temperature e a far accomodare in sala chi aveva un appuntamento. A un certo punto, però, il termoscanner fece uno strano bip e segnalò 37 gradi sulla fronte di un bambino.
– Mio figlio sta male, ha la febbre –. La madre, accanto a lui, confermò il suo dubbio. Indossava un velo bordeaux intorno alla testa, che le nascondeva tutti i capelli, forse bruni. Elisa riconobbe la signora che aveva sentito il giorno prima, Aicha. Sembrava non avesse dormito per tutta la notte.
– Ha un appuntamento? – le chiese, ma sapeva già la risposta. L’altra scosse il capo.
– Signora, la dottoressa riceve solo su appuntamento, gliel’ho detto anche ieri. Le avevo anche detto di chiamare prima di decidere di venire –.
La segretaria trasse un profondo respiro e si guardò intorno, cogliendo il nervosismo di alcune persone in fila. Senza volerlo le era uscito anche un tono esasperato.
Non era la prima che succedeva. Sembrava che le indicazioni sul sito, sui social, sulla porta fuori dallo studio non servissero a nulla. Pensare che li avevano fatti tradurre anche in altre lingue! – Non può fare come vuole. È per la sicurezza di tutti –.
Aicha annuì, ma intanto frugò nella borsa per tirare fuori la tessera sanitaria del figlio. Non sembrava intenzionata ad andarsene prima di vedere la dottoressa. Le due si guardarono a lungo.
Elisa era certa che in giornata si sarebbero presentate altre persone senza appuntamento. Se avesse detto di sì a quella donna, avrebbe dovuto dire di sì a tutti. Già si immaginava la reazione della pediatra.
Nel frattempo, intorno a loro, cominciarono a farsi sentire le voci degli altri. Un’orchestra di armonie e contrasti.
– Ma certo, portiamo un bambino con la febbre in mezzo ad altra gente. Non stiamo mica vivendo una pandemia! –
– Non ha rispetto per la salute degli altri! –
– È solo preoccupata per il figlio, lasciatela stare! –
Elisa vide le guance di Aicha incendiarsi. Non riuscì a capire se fosse per la rabbia, la vergogna o altro, ma le chiese di farsi da parte con il bambino, mentre lasciava entrare i genitori degli altri pazienti.
– Non vi posso far accomodare dentro… –, cominciò. Fece una pausa, spostando lo sguardo dalla madre al figlio. Il piccolo sembrava stremato, ma vigile. La guardava con occhi nerissimi, circondati da un principio di occhiaie.
La volontà di Elisa di non fare eccezioni alla regola vacillò. La donna finì per sbuffare e annuire. – … ma va bene per la visita. Appena la dottoressa finisce con chi c’è, veniamo a voi. La prossima volta, però, rispettate le regole! –.
A quelle parole, Aicha sgranò gli occhi e fece di sì con la testa più volte. Le sorrise timidamente, circondando le spalle del bambino con un braccio.
Elisa non ricambiò, ma sospirò a lungo e forte. Quella mattina non aveva ancora bevuto il suo caffè.
Da un po’ di tempo Keya pensava spesso al proprio futuro, aggrovigliando pensieri su pensieri. Cosa avrebbe fatto dopo la maturità? Si sarebbe davvero iscritta all’università? L’unica certezza era la patente: finite le superiori, avrebbe cominciato a prendere lezioni di guida. Era stufa di dover dipendere dal padre o dai treni per qualunque spostamento. E quella mattina non fece eccezione.
Dopo aver rimandato la sveglia più volte, Keya si rese conto di essere in ritardo. Si vestì rapidamente e chiamò a gran voce il genitore, ma non ottenne alcuna risposta - doveva essere già uscito per lavoro. Così non le restò che borbottare qualche imprecazione, afferrare le chiavi di casa e correre in stazione.
Riuscì a salire sul suo treno poco prima della partenza.
Per la fretta, non era riuscita a fare il biglietto, ma si consolò con il fatto che il tragitto fosse breve. Doveva solo incrociare le dita per circa quindici minuti, ma purtroppo la speranza ne durò solo tre. Il capotreno entrò dalle porte in fondo al vagone.
A ogni passeggero che mostrava il biglietto, la ragazza si sentiva sprofondare.
Tra le altre cose, si era dimenticata di prendere anche il portafoglio: non poteva neppure cavarsela con un eventuale supplemento. Aspettò allora il suo turno con il battito accelerato, pregando che succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, invasioni aliene incluse.
– Biglietto? –. Keya sollevò lentamente lo sguardo, fino a leggere il nome Carlo sull’uniforme del capotreno. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma le uscirono parole confuse. – Corsa… stamattina… la fretta, mi scusi… –.
L’uomo intuì la verità. Diede un’occhiata allo zaino ai suoi piedi e capì che era solo una studentessa: probabilmente sarebbe scesa alla fermata successiva a Cuneo.
Ne aveva visti tanti come lei, giovani che non sapevano ancora organizzarsi o con la testa sopra le nuvole, ma sapeva che avrebbero imparato a fare più attenzione.
In più, non gli andava di iniziare la giornata con una multa.
– Mostrami un documento qualunque –, le chiese allora, sottovoce.
Keya lo guardò confusa, prima di capire che stava cercando di aiutarla per davvero. – Sì, certo, eccolo –, si affrettò a rispondere, tirando fuori un libro dallo zaino. Lo aprì a una pagina a caso e glielo mostrò come se al suo interno ci fosse il biglietto.
Lui annuì e fece finta di confermare il posto sul suo tablet. – Grazie e buona giornata –, la salutò, prima di continuare con il suo giro.
Keya tirò un sospiro di sollievo. Non poteva credere al suo colpo di fortuna!
Appoggiò la testa sullo schienale con un mezzo sorriso e guardò l’ora sul cellulare.
Una voce vicino a lei la prese contropiede.
– E questi favoritismi? – commentò un signore seduto a qualche posto più in là. – Questa ragazza non ha il biglietto –.
– L’ho visto anch’io! – gli fece eco una donna, scuotendo il capo. – Ormai l’Italia si è ridotta a questo. Noi paghiamo e loro viaggiano gratis, che vergogna –.
Keya strinse i pugni, ma non disse nulla.
– Non sopporto le persone che non fanno il loro lavoro. Le regole sono regole! –.
– Eh, ma ormai non si può più dire o fare nulla! Gli immigrati hanno sempre ragione –.
– E se vuoi viaggiare, compri il biglietto. Punto. Se non ce l’hai, ne paghi le conseguenze –.
Keya voleva rimanere fuori da quelle due discussioni mascherate in una.
Ingoiò la rabbia crescente e provò a ignorarli. Sapeva di essere nel torto e di certo non poteva ribattere al signore, ma non poteva accettare le insinuazioni dell’altra.
Con la coda dell’occhio vide il proprio riflesso sul finestrino: la pelle e gli occhi neri, le treccine, la bocca grande. A quella donna bastava così poco per darle un’etichetta?
Le era già capitato di trovarsi faccia a faccia con persone come lei e farle ragionare era una perdita di tempo. Soprattutto quando ricordava loro di essere italiana: la migrazione l’aveva conosciuta solo attraverso gli occhi del padre e i racconti sulla terra che l’aveva visto nascere, il Congo.
Mancavano ancora cinque minuti, ma Keya si diresse verso l’uscita.
Vide che il capotreno stava tornando indietro. Gli fece un cenno da lontano e, tra sé e sé, ringraziò le persone capaci di sfumature. Di uscire dai binari per un momento di umanità, al di là della rigida linea che divide il giusto dallo sbagliato.
Mentre scendeva dal treno, la giovane pensò che sarebbe potuta partire da lì per capire cosa fare dopo le superiori.