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11. Chissà da dove arrivano tutti quei soldi

11 storiaPer un attimo gli sembrò di vivere un déjà-vu.
Quando il poliziotto della dogana gli fece segno di fermarsi, Marco si ricordò di quella volta in cui, ancora tredicenne, venne fatto perquisire in un centro commerciale. Aveva fatto suonare l’allarme alle porte di uscita, ma non aveva rubato nulla.
Nel mostrare l’interno del suo zaino Invicta si era comunque sentito a disagio. Il battito aveva cominciato ad accelerare, le parole erano uscite sempre più confuse e tremolanti. Da quell’episodio, Marco aveva capito che non avrebbe mai potuto avere un futuro da ladro: non riusciva a nascondere le sue emozioni.

Con un nuovo tuffo al cuore, fermò il suo carrello portabagagli e fece cenno ai genitori dietro di lui di fare lo stesso. Tra un paio d’ore sarebbero partiti per Shanghai, da dove avrebbero preso un pullman per arrivare al paese natale dei suoi.
Dopo quasi tre anni dall’ultima vacanza, avevano finalmente deciso di chiudere il loro ristorante e organizzare un nuovo viaggio in Cina, così da rivedere tutta la famiglia: nonni, cugini, persone con cui Marco non aveva legami di sangue, ma che doveva ugualmente chiamare ayi o shushu come gli zii.
Nei giorni precedenti lui e i genitori avevano riempito i bagagli con regali per tutti, dai vini ai cibi italiani, dalle scatole di Ferrero Rocher al latte in polvere. Per arrivare in aeroporto, avevano dovuto chiedere aiuto a un amico con un furgoncino.
Marco non era dunque sorpreso di aver attirato l’attenzione della dogana, ma trattenne ugualmente il respiro e salutò l’agente che li aveva fermati, un certo Paolo.
Questo lo guardò negli occhi con un’espressione indecifrabile, poi gli chiese di aprire le valigie che trasportava. – Dobbiamo verificarne il contenuto –, disse solo, facendo un cenno anche ai genitori. Non aveva battuto ciglio per tutto il tempo.
– Cosa sta succedendo? –, chiese il padre in cinese, avvicinandosi al figlio. Marco scrollò le spalle. – Vogliono solo dare un’occhiata, credo –.
– Il volo parte tra poco, non abbiamo così tanto tempo –, intervenne la madre, preoccupata di perdere l’aereo.
I tre aprirono le valigie sotto l’occhio attento dell’agente, che sembrò passare in rassegna ogni oggetto. L’uomo chiese di mostrare anche le tasche interne e di sollevare alcuni strati di vestiti: nel corso del suo lavoro, aveva scoperto che molti nascondevano prodotti sospetti sotto l’intimo. Non trovò nulla, ma lui continuò a cercare meticolosamente - non a caso, tra i colleghi era conosciuto come quello più scrupoloso.
– Marco, ora basta! Di’ qualcosa, tu che sai meglio l’italiano –, sbottò a quel punto il padre. Quando cominciava a spazientirsi, sembrava dimenticare l’italiano: il volto diventava rosso per lo sforzo e sulla fronte si poteva intravedere una vena pulsante, mentre le espressioni gli uscivano confuse.
Marco provò a fare qualcosa, ma non aveva la più pallida idea di come affrontare un funzionario della dogana. In fin dei conti, aveva appena compiuto quindici anni. – Scusi, ma c’è qualche problema? – tentò.
Paolo sollevò lo sguardo su di lui, rimettendo a posto una busta di medicinali che la madre si era premurata di portare. – È un controllo di routine –, spiegò. – Negli ultimi anni abbiamo sorpreso alcune persone trasportare migliaia di contanti senza dichiarazione, superando i limiti imposti –. Una piccola pausa. – Molte di loro erano cinesi –, aggiunse, come a giustificare la legittimità di quel controllo.

Nelle valigie di altri viaggiatori diretti per la Cina, infatti, aveva trovato decine e decine di rotoli di soldi. Chissà da dove arrivavano.
– Noi non ne abbiamo –, ribatté Marco.
La voce tremò per un attimo, a causa della sua generale ansia nei confronti dell’autorità.
Temeva di cominciare a balbettare come due anni prima.
In quel momento vennero raggiunti da un altro agente, che chiese spiegazioni di quel caos di bagagli. Dopo aver ascoltato una sintesi dell’accaduto, liquidò la faccenda con un gesto della mano e si rivolse a Paolo: – Se non hai trovato nulla, lasciali andare. Hanno un volo da prendere –. Ci fu un lungo momento di silenzio.
L’uomo sembrava dubbioso, ma alla fine fece un cenno quasi impercettibile con la testa: era un via libera.
Marco continuò a sentire il suo sguardo anche quando lui e i genitori si affrettarono a chiudere tutto e a dirigersi verso l’imbarco.
Il cuore batteva ancora forte.

07. I dubbi di una madre

07 storiaQuando scoprì che sarebbe diventata madre, Fadma afferrò il lavandino del bagno con entrambe le mani e cercò di respirare. Si guardò allo specchio, sorrise timidamente al proprio riflesso e si lasciò sfuggire qualche lacrima.
Sentiva che il suo corpo cominciava a prepararsi al cambiamento e a fare spazio a quella nuova vita. Sarebbe stata casa e rifugio, promessa e speranza insieme.
Per lei, quella era la prima vera notizia felice che riceveva da tempo.

Da quando era arrivata in Italia qualche mese prima, Fadma aveva continuato a sentire la mancanza della sua terra. Le mancavano i profumi, i bazar, le terrazze su cui si lasciava asciugare il cous cous appena cotto. Chissà, se avesse avuto una femmina, Fadma le avrebbe potuto insegnare tutti i segreti nascosti nella semola - le storie e i saperi tramandati da generazioni di donne marocchine.
Quella sera stessa lo disse anche a Omar, il marito, che rimase senza parole per un attimo che sembrò eterno. Non era un uomo che sorrideva spesso, ma nei suoi occhi gentili la moglie intravide un guizzo di gioia, prima che lui si alzasse da tavola e l’abbracciasse forte. La loro famiglia stava per crescere.

La prima visita in consultorio lasciò Fadma con un’agenda verde in mano e una nota in cui le si consigliava di assumere acido folico. Era riuscita a capire qualcosa in più sul percorso che avrebbe cominciato grazie all’aiuto di Nadia, una mediatrice di lingua araba, che l’aveva rassicurata sulla qualità del servizio. Si era addirittura ritagliata un po’ di tempo dopo l’incontro per condividere con lei altre esperienze di donne.
Nonostante questo, Fadma continuava ad avere dei dubbi. Lei e Omar erano cresciuti in un luogo dove avere riserve sui servizi sanitari pubblici era più che naturale, poiché questi non vantavano una buona fama in Marocco. Tuttavia, al momento non potevano permettersi un’alternativa; dovevano accettarlo.
Ma restava il fatto che fosse la prima gravidanza di Fadma: trovarsi in un Paese che non conosceva, lontana dalla famiglia e dai punti di riferimento a cui era abituata, non era di aiuto. Man mano che sentiva crescere dentro di lei quella nuova vita, si scopriva piena di ansie e timori. Avrebbe ricevuto un trattamento di serie B? Il personale era davvero qualificato?
Omar aveva il suo sogno di fare successo in Italia, lei solo quello.

Così, quando le comunicarono una complicanza dovuta al diabete gestazionale, Fadma si sentì mancare la terra sotto i piedi. Durò una frazione di secondo, ma le bastò per ricominciare a dubitare.
– Dall’ultima ecografia abbiamo individuato una sovrapproduzione del liquido amniotico –, le spiegò la ginecologa, Sara, una donna sulla quarantina che l’aveva seguita fino a quel momento. La guardò negli occhi e pronunciò altre parole che a Fadma sfuggirono, dal momento che era ormai intenta a ripercorrere alcuni istanti degli ultimi incontri. Aveva sorpreso la dottoressa a guardare ripetutamente l’orologio in più di un’occasione, come se avesse avuto fretta di finire. E se le fosse sfuggito qualcosa proprio in uno di quei momenti?
– Cosa vuol dire? – provò a chiedere.
– Il bimbo potrebbe nascere con un po’ di anticipo o potrebbero presentarsi dei piccoli ostacoli durante il parto –, rispose Sara, annotando qualcosa su un foglio. – Ma non si preoccupi, monitoriamo la situazione e vediamo il da farsi. Eventualmente possiamo ricorrere a un’estrazione del liquido in eccesso –.
Nadia tradusse quelle rassicurazioni e aggiunse che la percentuale di rischio per il bambino era generalmente bassa, ma Fadma non poteva esserne così sicura.
Si portò una mano alla pancia, come a voler proteggere la vita che avrebbe presto chiamato Amir, e lanciò parole di accusa nei confronti della ginecologa.
Se solo fosse stata più attenta… se non avesse guardato così tante volte l’ora… se le avesse consigliato di fare così al posto di… Alla fine del suo sfogo in arabo, la mediatrice rimase un attimo in silenzio. La osservò riprendere fiato e rimettere l’agenda della gravidanza in borsa, prima di dirle la sua verità.
– Fadma, non è colpa di nessuno, è una situazione comune a molte donne –. Dall’altra parte del tavolo, Sara le guardava confusa.
Avrebbe voluto intervenire in qualche altro modo, rassicurare quella donna che le stava lanciando occhiate di fuoco, ma percepì una forte resistenza. Si voltò verso Nadia, che ricambiò la sua richiesta di aiuto con un cenno del capo.
Ci fu un lungo silenzio.
– Non mi sarei dovuta fidare –, commentò infine Fadma.
Lo disse con voce rotta dall’emozione. Non le sembrava giusto scoprire nuovi problemi, proprio ora che a casa aveva cominciato ad assemblare la culla, ad acquistare i primi vestiti, a trasformare e a trasformarsi.
Abbassò lo sguardo sulle mani che sorreggevano la pancia, attraversate da venature delicate. Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo.
Semplicemente, non le sembrava giusto.

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