Era una serenità che stava cercando da ormai tanto tempo.
Laura non avrebbe mai immaginato che alla fine l’avrebbe trovata nella sua casella di posta elettronica, in formato PDF. Dopo aver scaricato il suo contratto di lavoro a tempo indeterminato, aveva tirato un sospiro di sollievo.
Era il primo dopo una lunga serie di delusioni e fatiche, ma ora poteva finalmente riporre nel cassetto gli strumenti da equilibrista. Dopo più di vent’anni di attività occasionali e sottopagati, diventare impiegata alle poste le sembrava una buona base per cominciare a rimettere insieme i pezzi della sua vita.
Quel giorno aveva già effettuato il pagamento di cinque bollette, fatto due prelievi e consegnato una mensilità NASpI, quando al suo sportello comparve una nuova utente, il numero A19.
Era una donna nera, sui sessant’anni, con una lunga veste ocra e i capelli raccolti in un turbante dello stesso colore. A Laura ricordò subito alcune signore somale del suo condominio con cui aveva condiviso sì e no dieci parole in sei anni.
– Buongiorno, vorrei aprire un conto postale –, esordì la signora. Il suo italiano tradì una lieve inflessione straniera.
– Certo, mi servono un documento di identità e il codice fiscale –, le rispose Laura. Cominciò ad avviare la pratica sul suo computer, ripassando mentalmente i vari passaggi da fare. In quei primi mesi di lavoro non voleva fare alcun errore; viveva ancora con il timore che i responsabili potessero cambiare idea su di lei. Per questo guardò con esitazione i documenti che Sagal - come lesse sulla carta di identità - le aveva appena passato al di là dello sportello.
Risultava avere la cittadinanza italiana, ma Laura ebbe comunque dei dubbi.
Da qualche parte su Internet aveva letto che il mercato dei falsificatori di documenti stava diventando sempre più accurato e preciso, soprattutto nei paesi africani. Aveva addirittura sentito aneddoti preoccupanti di alcuni colleghi, che si erano ritrovati a dover chiamare la polizia dopo aver scoperto conti correnti sospetti e carte di identità false.
Lei non voleva finire in una situazione simile. Guardò Sagal in volto e cercò indizi che potessero svelare le sue intenzioni. – Le chiedo gentilmente anche il permesso di soggiorno –, aggiunse allora, come cautela in più. Pensava che quello sarebbe stato più difficile da replicare.
Sagal socchiuse un attimo gli occhi e la fissò interdetta. – Mi scusi, non capisco. Sono cittadina italiana –.
– È per una questione di sicurezza –.
– Sì, ma le sto dicendo che non ha senso –.
– È sempre stata cittadina italiana? –.
– No, ma lo sono diventata quattro anni fa. Cosa c’entra con un conto postale? –.
– Ci sono stati alcuni problemi in passato, vorremmo solo essere un po’ più cauti ora. Ha il
suo vecchio permesso di soggiorno con sé o la domanda di cittadinanza? –. Laura vide l’espressione di Sagal passare dall’incredulità all’indignazione: le sopracciglia si aggrottarono così tanto che gli occhi divennero fessure incandescenti.
– Sono cittadina italiana –, ripeté, scandendo bene le parole. Trasse un profondo respiro. – Non ho bisogno di nessun permesso per vivere qui, né per aprire un conto corrente alle poste –. Il tono di voce si stava facendo sempre più alto.
Laura cominciò ad agitarsi; tamburellò le dita sul tavolo in un tic nervoso, ma cercò di mostrarsi ferma nella sua posizione. Le era già capitato di discutere con alcuni clienti per questioni piccole come la precedenza nella fila, soprattutto quando c’erano prenotati via app, ma non era ancora arrivata a quei livelli.
Con la coda dell’occhio vide che le altre persone in coda le stavano guardando con un misto di curiosità e fastidio, una sensazione che caratterizzava quasi tutti gli uffici postali.
– Ci diamo una mossa? Se ci sono problemi con i documenti della signora, non ho problemi a chiamare io stesso la questura! – intervenne un uomo.
Fu la ciliegina sulla torta.
Sagal lo fulminò con lo sguardo, raccolse le sue carte e scosse la testa. Non poteva credere di doversi ancora confrontare con quella situazione e rivendicare un riconoscimento che le spettava di diritto, dopo tutti gli anni vissuti lì. Si rivolse a Laura a denti stretti: – Lei si dovrebbe solo vergognare –.
Quando uscì dall’ufficio a grandi falcate, scese un breve silenzio carico di tensione.
La sportellista si guardò intorno e incrociò lo sguardo interrogativo di una collega. Si era forse sbagliata? Non avrebbe dovuto insistere?
Le venne il dubbio di aver superato un limite, ma al contempo aveva l’impressione che fosse successo tutto troppo in fretta.
L’unica cosa di cui era certa era che quel lavoro le serviva.
Con uno strano peso al cuore, chiamò il numero successivo.
