Le lancette dell’orologio segnavano trentacinque minuti di ritardo. Ilaria spostò lo sguardo dalla parete bianca dell’ufficio al telefono sulla scrivania, sperando di cogliere una qualche vibrazione. Attese per dieci secondi, gli occhi fissi sull’apparecchio, ma niente. Capì che Sunday Uchendu non si sarebbe presentata al suo appuntamento, né tantomeno avrebbe chiamato per avvisare. Non era la prima volta che le succedeva una cosa simile con delle donne nigeriane: sembrava che avessero una concezione del tempo tutta loro. Ilaria sbuffò. Ciò che la infastidiva non era tanto il fatto di aver aspettato, ma di aver aspettato senza nessuna giustificazione.
Borbottò tra sé e sé e cercò di ritrovare pensieri positivi, mentre riordinava alcuni documenti. In realtà lavorare in consultorio le piaceva, nonostante i ritardi e gli appuntamenti mancati. Negli anni aveva visto centinaia di donne e uomini passare da quei corridoi, con il sorriso ansioso di chi sta per diventare genitore o la confusione di chi non sa cosa fare. Ma in quel via vai c’era un forte elemento umano in gioco, il motivo per cui Ilaria aveva scelto di lasciare l’ospedale in cui lavorava come infermiera per trasferirsi lì. Le sembrava che l’ambiente fosse più disteso, che fosse più semplice condividere un legame tra una visita e l’altra. Il vociare dei colleghi fuori dall’ufficio la risvegliò dal suo flusso di pensieri. Decise di prendersi un caffè anche lei: meritava un momento di pausa, lontana da tutte quelle agende di gravidanza. Mentre si dirigeva verso le macchinette, sentì un vociare provenire dalla porta di ingresso; fu allora che la vide entrare. Sunday attraversò il corridoio con una voluminosa chioma di treccine rosse in testa e un bambino di quattro anni per mano. Camminava senza fretta, parlando ad alta voce con gli auricolari. Se i calcoli erano corretti, doveva essere arrivata alla sedicesima settimana. Ilaria notò un primo accenno di pancia sotto la t-shirt verde.
– Ho un appuntamento con la dottoressa –, esordì la donna, incrociando il suo sguardo. Nel frattempo chiuse la chiamata in corso con una lingua che sembrava un misto tra inglese, italiano e qualcos’altro.
L’infermiera alzò un sopracciglio. La stava prendendo in giro?
– Due ore fa –, la corresse, un po’ piccata. – L’appuntamento era previsto per le dieci, non adesso –. Con uno sguardo le indicò l’orologio appeso in sala d’attesa: erano le undici e mezza.Sunday scrollò le spalle e fece schioccare le labbra, un gesto che le aveva visto fare tante volte. – Ho avuto degli impegni a lavoro –, fu la sua risposta. Dietro quelle sei parole, Ilaria cercò di leggervi una verità più sfaccettata, che aggiungesse una qualche forma di complessità alla situazione, come la necessità di prendere un turno extra all’ultimo o la storia di un marito assente nel momento del bisogno. Come spiegazione poteva avere anche senso, dal momento che agli incontri precedenti aveva sempre visto solo lei e il bambino. Ma Sunday non confermò né smentì le sue ipotesi. Semplicemente, aspettava. Dal suo punto di vista, ciò che contava era il fatto che fosse arrivata; pensava che questo fosse più che sufficiente per andare avanti con la visita. In sala c’erano altre due donne sedute sulle panche, in attesa del loro appuntamento. Una di loro la stava guardando da lontano.
– Sunday, non abbiamo più posti liberi oggi –, le fece notare Ilaria. – Se decidiamo un orario, non puoi arrivare due ore dopo, non è così che funzionano le cose. Proviamo la prossima settimana –.
– La prossima settimana non posso, lavoro –.
– Tutti i giorni? Magari puoi chiedere un permesso –.
Sunday scosse la testa. Il figlio la imitò. – Non posso essere visitata oggi? –
– In realtà ci sarei io, adesso –, intervenne a quel punto la donna che le stava osservando. Ilaria la vide avvicinarsi e lanciare un’occhiata preoccupata verso Sunday e il bambino. – Non posso fare tardi oggi –, volle precisare. – Ci manca solo che questa mi superi –.
– Posso aspettare –, la tranquillizzò Sunday, squadrandola dalla testa ai piedi. Tra di loro sembrò passare una scarica elettrica.
– Eh, ci mancherebbe solo! Qui in Italia gli orari si rispettano –.
L’infermiera aveva alcuni dubbi a riguardo, ma non le sembrò il caso di ribattere; colse però l’attimo per provare a risolvere la questione. Tra le tante cose le piacevano del consultorio, momenti come quello sicuramente non rientravano nella lista.
– Dopo la signora Gallo, c’è già un’altra paziente. Non possiamo incastrare tutto oggi, Sunday –. Recuperò l’agenda del consultorio e propose delle alternative. – Mercoledì prossimo? Sia mattina che pomeriggio sono abbastanza liberi –.
– Ma ho già detto che non posso! – reagì l’altra, alzando il tono di voce. Il figlio provò a liberarsi dalla stretta di mano della madre. – Avevo appuntamento oggi –, insisté. Ilaria trasse un lungo respiro: non poteva fare eccezioni.
– Non c’è posto, il tuo appuntamento era alle dieci –, ripeté allora, risoluta. – La prossima volta cerca di arrivare puntuale, o almeno avvisaci per tempo –.
Sunday alzò gli occhi al cielo e borbottò qualche imprecazione. Non capiva il perché non potesse essere visitata dopo le due donne in sala d’attesa. Finché non fossero arrivate altre persone, che problema c’era? Si sentiva stretta in quella rigidità che non le era familiare, come una pelle che continua a tirare ancora e ancora, ma alla fine si ritrovò ad annuire poco convinta. Quali altre possibilità aveva?
– Mercoledì mattina –, decretò con un sospiro. Abbassò lo sguardo sul figlio, come a volergli ricordare che la vita è fatta anche di compromessi. E di persone che ti chiamano per nome, mentre si rivolgono ad altri con “signora Gallo”.
Ilaria, d’altra parte, provò solo un senso di sollievo; non aveva nessuna voglia di discutere. Controllò subito gli orari liberi. – Sempre alle dieci? –, chiese.
Sunday abbozzò un sorriso ironico. – Sempre alle dieci –, confermò infine, mentre il bambino mostrava i palmi di entrambe le mani all’infermiera.
Stava per succedere di nuovo. Matteo colse i primi segnali nella pausa che percepì subito dopo aver citato i progetti della sua cooperativa. Dall’altra parte del telefono, sentì la voce di Anna esitare. Se la immaginò mentre vagava con lo sguardo nella sua agenzia immobiliare, da un annuncio di affitto all’altro, senza mai soffermarsi su un dettaglio in particolare. Se non quello che le aveva appena detto lui.
– La casa potrebbe essere un po’ piccola per due persone –, provò a giustificarsi lei, aggrappandosi alle prime scuse che le venivano in mente.
Matteo annotò il commento tra i tanti che aveva già sentito. Non era facile trovare un appartamento per le persone in uscita dalla rete SAI: richiedenti asilo dalla Nigeria, Mali, Pakistan, Bangladesh. Così tante differenze che venivano unite sotto sotto la grande voce “stranieri”.
– Ci piacerebbe comunque dare un’occhiata agli spazi –, rispose l’operatore. Teneva la testa inclinata verso la spalla destra per tenere fermo il cellulare, mentre con le mani sfogliava alcuni documenti. Il multitasking era qualcosa che aveva allenato negli anni, tra lavoro, università e vita da pendolare. Dopo un po’ ci si abitua ai ritmi affollati, o almeno ci si costringe a farlo.
Quel giorno aveva già inviato sette email, fatto una riunione con la sua equipe e almeno tre chiamate per intercettare altri alloggi. Per le prime case che aveva trovato, tuttavia, era arrivato troppo tardi: il bilocale che Anna stava definendo piccolo era la sua ultima opzione. L’appartamento si trovava in un quartiere residenziale con tutto quello che poteva servire, non troppo lontano da una fermata di pullman diretti ad Alba.
Per Chaga e Sefu, i due che avrebbero dovuto lasciare presto la struttura, sarebbe stato perfetto.
– I proprietari preferirebbero non avere a che fare con gente come loro –, confessò infine Anna. Lo disse con una nota di imbarazzo, ma l’operatore non riuscì a capire se fosse dovuto alla posizione dei proprietari o alla generale sensazione di disagio dell’agente. – È che hanno avuto esperienze negative con gli stranieri. In passato avevano già provato ad affittare a una famiglia africana, ma erano tutti troppo rumorosi. Spostavano le sedie nel cuore della notte, alzavano le serrande all’alba, mettevano sempre la musica ad alto volume. I vicini non facevano altro che lamentarsi, e una volta hanno addirittura chiamato la polizia –.
Matteo ascoltò il discorso di Anna tamburellando sulla scrivania dell’ufficio. A un certo punto, eccola: l’espressione comune a molte di quelle telefonate.
Giungeva così, dopo una spiegazione più o meno dettagliata dei motivi del rifiuto, come a voler mettere un ultimo puntino sulle i. Il puntino che in qualche modo avrebbe dovuto dare senso al tutto.
– Non è per razzismo –, Anna diede un colpo di tosse. – Si figuri, uno dei proprietari ha origini peruviane! Ma in generale preferirebbero affittare ad altri. Così sarebbero anche più sicuri sui pagamenti. Quelli chissà quando pagano –. Lasciò intendere un “no?” finale, come a cercare la complicità di Matteo.
Ma prima di rispondere lui trasse un profondo respiro. Chiuse un faldone e prese in mano il cellulare, cercando di trovare le parole giuste da dire. Gli era capitato così tante volte che non riusciva neanche più a indignarsi.
– Guardi, capisco la situazione e la ringrazio per la trasparenza –, cominciò, ricordandosi l’arte della captatio benevolentiae. Raccolse le forze per fare un ultimo, rassegnato tentativo. – Ma se è solo una questione di rumore o di soldi, le garantisco che le due persone in questione sono davvero tranquille, con un lavoro dignitoso alle spalle. Non potrebbe intercedere per un incontro con i proprietari? Magari le cose possono cambiare –.
Raramente gli era capitato di incontrare agenti immobiliari che rispondessero sì.
Per questo si stupì nel sentire il sospiro di esitazione di Anna: stava davvero valutando la richiesta? Forse neanche lei condivideva il pensiero dei proprietari, ma ci si era ritrovata in mezzo. O forse stava semplicemente facendo dei calcoli per capire quanto potesse convenire all’agenzia.
In ogni caso, lo fece aspettare almeno venti secondi prima di rispondere. Matteo si stava ormai rassegnando all’idea di dover ripartire da zero e continuare la sua ricerca.
– Che lavoro fanno? –, gli chiese.
– Entrambi sono stati assunti in un’impresa edile –. Sentì un altro breve silenzio.
– Guardi, non le assicuro nulla –, continuò Anna. – Ma perché no? Un tentativo si può fare. Mi sono ricordata che i proprietari vorrebbero trovare un affittuario abbastanza velocemente e per ora non sono arrivate molte richieste –.
L’operatore sorrise alla parete davanti a lui.
Non era il ripensamento più nobile in cui potesse sperare, ma di certo usciva da un copione che rischiava di diventare monotono. Non significava ancora nulla, ma Matteo si augurava che i sì fossero contagiosi: dopo il primo, magari ne sarebbero seguiti altri.
– La ringrazio, davvero –, rispose alla fine.
– Mi può lasciare la sua mail? Così organizziamo –.
– Certo, assolutamente –.
Impegnarsi per fissare un incontro gli sembrava comunque un passo avanti.
Piccolo, incerto, traballante, ma - come ripeteva spesso anche suo padre - da qualche parte si doveva pur iniziare.
C’erano tre cose che Elisa non avrebbe mai smesso di fare: bere il caffè senza zucchero,
leggere gialli e impostare almeno tre sveglie la mattina.
Da quando si era trasferita fuori Torino, era diventata anche lei una delle tante pendolari della regione: ciò voleva dire essere in continua competizione con il tempo.
Quel giorno ebbe fortuna e riuscì addirittura ad arrivare in studio in anticipo; fece arieggiare gli spazi e aspettò l’arrivo della dottoressa con calma, sfogliando una rivista per famiglie.
Essere segretaria di uno studio pediatrico non le dispiaceva: era riuscita a trovare i suoi ritmi, a ritagliarsi uno spazio di pace tutto suo. Almeno fino all’emergenza sanitaria, quando, nell’angolo della sua reception, si era improvvisamente trovata in una terra di mezzo. Poiché era la prima a rispondere al telefono, era anche la prima a cui le persone chiedevano assistenza, confidavano dubbi o urlavano contro.
Spesso non riusciva neppure a capire le parole dall’altra parte della cornetta. Lingue diverse inciampavano su sé stesse per dare senso a un bisogno urgente, quello di proteggere i propri figli, ma gli ostacoli erano tanti.
Le era capitato anche il giorno prima, quando una signora aveva provato a descriverle i sintomi del suo bambino. Dall’accento e dall’inflessione della voce, Elisa aveva intuito che la donna dovesse avere origini marocchine. Alla fine non si erano capite.
– Se il bambino ha solo un filo di febbre, la dottoressa consiglia di aspettare ancora un po’ e monitorare la situazione. Richiami se ha bisogno, buona giornata –. La segretaria aveva concluso la chiamata con una frase frettolosa, prima di rispondere al numero successivo. I problemi di comunicazione non erano una novità e attivare mediazioni più costanti non era cosa facile.
Quando la pediatra arrivò in studio, la salutò con un sorriso abbozzato e fece subito entrare una donna con il passeggino: la prima paziente della giornata.
Davanti all’ingresso, intanto, si era già formata una piccola coda.
Elisa cominciò a misurare le temperature e a far accomodare in sala chi aveva un appuntamento. A un certo punto, però, il termoscanner fece uno strano bip e segnalò 37 gradi sulla fronte di un bambino.
– Mio figlio sta male, ha la febbre –. La madre, accanto a lui, confermò il suo dubbio. Indossava un velo bordeaux intorno alla testa, che le nascondeva tutti i capelli, forse bruni. Elisa riconobbe la signora che aveva sentito il giorno prima, Aicha. Sembrava non avesse dormito per tutta la notte.
– Ha un appuntamento? – le chiese, ma sapeva già la risposta. L’altra scosse il capo.
– Signora, la dottoressa riceve solo su appuntamento, gliel’ho detto anche ieri. Le avevo anche detto di chiamare prima di decidere di venire –.
La segretaria trasse un profondo respiro e si guardò intorno, cogliendo il nervosismo di alcune persone in fila. Senza volerlo le era uscito anche un tono esasperato.
Non era la prima che succedeva. Sembrava che le indicazioni sul sito, sui social, sulla porta fuori dallo studio non servissero a nulla. Pensare che li avevano fatti tradurre anche in altre lingue! – Non può fare come vuole. È per la sicurezza di tutti –.
Aicha annuì, ma intanto frugò nella borsa per tirare fuori la tessera sanitaria del figlio. Non sembrava intenzionata ad andarsene prima di vedere la dottoressa. Le due si guardarono a lungo.
Elisa era certa che in giornata si sarebbero presentate altre persone senza appuntamento. Se avesse detto di sì a quella donna, avrebbe dovuto dire di sì a tutti. Già si immaginava la reazione della pediatra.
Nel frattempo, intorno a loro, cominciarono a farsi sentire le voci degli altri. Un’orchestra di armonie e contrasti.
– Ma certo, portiamo un bambino con la febbre in mezzo ad altra gente. Non stiamo mica vivendo una pandemia! –
– Non ha rispetto per la salute degli altri! –
– È solo preoccupata per il figlio, lasciatela stare! –
Elisa vide le guance di Aicha incendiarsi. Non riuscì a capire se fosse per la rabbia, la vergogna o altro, ma le chiese di farsi da parte con il bambino, mentre lasciava entrare i genitori degli altri pazienti.
– Non vi posso far accomodare dentro… –, cominciò. Fece una pausa, spostando lo sguardo dalla madre al figlio. Il piccolo sembrava stremato, ma vigile. La guardava con occhi nerissimi, circondati da un principio di occhiaie.
La volontà di Elisa di non fare eccezioni alla regola vacillò. La donna finì per sbuffare e annuire. – … ma va bene per la visita. Appena la dottoressa finisce con chi c’è, veniamo a voi. La prossima volta, però, rispettate le regole! –.
A quelle parole, Aicha sgranò gli occhi e fece di sì con la testa più volte. Le sorrise timidamente, circondando le spalle del bambino con un braccio.
Elisa non ricambiò, ma sospirò a lungo e forte. Quella mattina non aveva ancora bevuto il suo caffè.