Notizie e Appuntamenti

10. Ma il permesso di soggiorno?

10 storiaEra una strada poco trafficata, costeggiata dalla linea blu del parcheggio. Qualche lampione qua e là provava a illuminare la scena con un timido fascio di luce a led, ma i tratti al buio sembravano prevalere sugli altri; era mezzanotte inoltrata. In sottofondo si sentiva il rumore di un tram lontano, forse l’ultimo della giornata. Francesco vide il ragazzo a qualche metro da lui. Camminava lentamente, con il cappuccio della felpa calato sulla testa e gli occhi sul marciapiede. A un certo punto si fermò davanti a un’auto rossa parcheggiata lì vicino e le diede un calcio sulle ruote.
Non suonò nessun allarme, ma non ce n’era bisogno. La polizia era già lì. Francesco e Giuseppe erano arrivati nel quartiere dopo che alcuni residenti avevano segnalato dei rumori sospetti. Sembrava che qualcuno si stesse divertendo a disturbare la quiete pubblica, battendo sui cofani o tirando con insistenza le maniglie delle portiere. Poteva trattarsi di uno scassinatore maldestro?
A vedere quella figura incappucciata, i due poliziotti esclusero subito questa opzione. -Ma è un ragazzino -, commentò Giuseppe, il collega più anziano. Parcheggiò l’auto di servizio in doppia fila e scosse la testa. - Gioventù bruciata -.
Francesco accennò un sorriso ironico. Ormai sentiva di non appartenere più a nessuna gioventù, anche se i suoi venticinque anni appena compiuti avrebbero potuto smentirlo. Nell’arco di cinque o sei mesi aveva vissuto grandi stravolgimenti, che lo avevano portato dalla sua Bari a quella fredda città piemontese: era entrato nelle forze dell’ordine e aveva ricominciato una nuova vita altrove. Sentiva di essere cresciuto.
Aveva sempre ammirato la professione del poliziotto, ma non aveva mai pensato di diventare lui stesso uno di loro, almeno non fino a qualche tempo prima. “Perché no?”, si era detto. Complice fu anche il disorientamento che aveva provato per mesi, quella sensazione di perdersi nell’attesa di un futuro non ben definito. Così, eccolo in quella strada, nella sua nuova uniforme che aveva riempito d’orgoglio i genitori. Raggiunsero il ragazzo che “giocava” con le auto. - Che cosa stai combinando? Ma hai visto che ora è? –, gli chiese il collega, in un tono amichevole. Giuseppe era quello dalla risata facile.
Il giovane, vedendoli arrivare, sobbalzò, ma non disse nulla. Si fermò sul posto con le mani in tasca e un’espressione indecifrabile sul volto. Avrà avuto circa quattordici anni, non di più. Gli occhi marroni seguirono con attenzione i movimenti dei due poliziotti. - Non puoi andare in giro a dare botte alle auto. Come ti chiami? –.
Tutto ciò che ottennero fu un silenzio ancora più ostinato. I due uomini si scambiarono un’occhiata. Francesco osservò il giovane per qualche istante, cercando di indovinarne la nazionalità: dalla fisionomia e dalla pelle olivastra aveva intuito che potesse avere origini sudamericane. -Parli italiano? –, tentò allora, in spagnolo. Un ricordo dalla scuola superiore. Quello continuò a guardarlo senza dire nulla, le labbra cucite. Lui cominciò a innervosirsi. -Hai un documento? Il permesso di soggiorno? –, gli chiese, alzando un poco la voce. Passò qualche altro secondo di silenzio, prima di sentirsi rispondere: -Guardi che sono italiano! Anche se i miei sono peruviani, io sono nato e cresciuto qui –. Quella affermazione prese i due alla sprovvista, ma ancor di più il tono accusatorio implicito, come a sottolineare quanto fosse ovvia la verità e quanto fossero stati incapaci loro a non riconoscerla subito. O, almeno, questo è ciò che percepì Francesco. Non riusciva proprio a capire perché il ragazzo non avesse detto nulla prima, facendogli perdere tutto quel tempo. -Allora sai parlare! –, commentò Giuseppe, stizzito quanto lui. -Fai che mostrarci anche un documento, già che ci sei –. Lui scrollò le spalle. -Non li ho con me –, rispose. La voce gli tremò sul finale. -Vivi qui vicino? –.
Un cenno di assenso. -Chiama qualcuno che te li porti –. I tre aspettarono almeno un quarto d’ora prima che si presentasse la zia, una certa Flor. Quando li vide fermi sul marciapiede, la donna accelerò il passo e si frappose tra i poliziotti e il nipote, che chiamò Juan. Gli circondò le spalle con un braccio e mormorò qualche parola in spagnolo: il ragazzino, che era rimasto così rigido fino a quel momento, sembrò finalmente rilassarsi. Francesco colse anche un riferimento all’essere “razzisti dei poliziotti”, ma fece finta di non capire e si allontanò di qualche passo. Stava vivendo quel momento con un misto di incredulità e fastidio. Mentre la donna mostrava i documenti al collega, lui riuscì solo a pensare a quanti chilometri aveva percorso per ritrovarsi in quella situazione. Scosse la testa e alzò lo sguardo verso il cielo. Non riusciva proprio a capire.

APPARTENENZE

09. Tu non puoi passare

09 storiaPassaporto, carta d’identità, permesso di soggiorno.
Maria aveva da poco compiuto sedici anni, ma aveva già ricevuto parte della sua eredità: la paura di perdere i documenti.
Dopo aver lasciato la Cina ed essere arrivati in Italia, i genitori l’avevano cresciuta con un particolare senso di responsabilità nei confronti di quei fogli. Per le famiglie immigrate come la loro, infatti, non erano solo un attestato di identità, ma certificavano il loro diritto di restare, lavorare, vivere lì. Di appartenere a quel Paese.

Per questo, ogni volta che Maria doveva andare da qualche parte in treno o in aereo, controllava la sua borsa più e più volte.
Ma a renderla vigile non era solo la paura di perdere i documenti. C’era anche il timore, non ben definito, che qualcosa potesse andare storto, che durante un controllo emergessero delle irregolarità. Era una sensazione che le era stata trasmessa negli anni, ma ebbe modo di sperimentarla sulla propria pelle solo quel mercoledì mattina.

Si trovava in aeroporto con i suoi compagni di classe, circondati da zaini e trolley. Era la prima gita che facevano all’estero: presto sarebbero partiti per Londra e avrebbero vissuto con alcune famiglie inglesi per una settimana.
Maria aspettava quel giorno da mesi. Assaporava il momento in cui sarebbe salita sul London Eye per ammirare la città dall’alto, o quello in cui avrebbe finalmente visto il Big Ben dal vivo. Quando aveva scoperto la destinazione di quell’anno, avrebbe voluto alzarsi dal banco e abbracciare le insegnanti. Aveva guardato così tante serie televisive ambientate in quella città che non le sembrava vero poter finalmente andarci.

Tuttavia, i preparativi per la partenza non erano stati semplici: dal momento che aveva ancora la cittadinanza cinese, aveva dovuto affrontare varie peripezie per ottenere il visto. Alla fine, però, era riuscita a riemergere dalla macchina burocratica in cui si stava perdendo grazie all’intervento della scuola.
Era certa di avere tutto quello che serviva: ciò che la separava dal suo sogno era solo quell’aereo. Così, quando venne fermata al gate d’imbarco, rimase senza parole.
– Aspetti un attimo –, le disse l’agente di volo. Sulla targa dell’uniforme si poteva leggere il nome di Simone.
Maria gli rispose con un’occhiata interrogativa. I suoi compagni avevano superato il controllo senza problemi e si erano già diretti alla navetta. Lei era l’ultima a dover passare. Alle sue spalle era rimasta solo la Romano, la docente di matematica.
Simone scrutò dubbioso i documenti che aveva ricevuto e si soffermò sul permesso di soggiorno, guardando con attenzione la foto e il nome. Poi sollevò gli occhi sul suo volto, rilesse il foglio del visto e sembrò esitare.
Nell’ultimo periodo c’erano stati alcuni casi di falso documentale che coinvolgevano voli diretti in Gran Bretagna, per cui pensò che la cautela non fosse mai troppa. Con un cenno del capo chiamò allora l’attenzione di una collega; aveva bisogno di un confronto. – Dobbiamo verificare alcuni dati –, disse solo a Maria, come se quella spiegazione potesse in qualche modo bastare.

Lei lo guardò senza capire. Sentì solo il battito del cuore accelerare e i pensieri aggrovigliarsi tra loro. Quali dati dovevano controllare? Aveva forse dimenticato qualcosa? Eppure aveva riguardato i documenti svariate volte. Ma se poi aveva superato il check-in in tutta tranquillità, perché dovevano saltare fuori problemi all’ultimo?
Cercò di dire qualcosa, ma le uscì un verso confuso.
– Mi scusi, cosa sta succedendo? –.
Sentì la voce della Romano intervenire al suo posto. La donna si stava rivolgendo a Simone con le mani sui fianchi e la fronte corrucciata, con quella tipica espressione che rivolgeva agli interrogati. – È una gita scolastica. Perché ha fermato la mia studentessa? Il suo visto è più che valido, garantisce la scuola –.
Maria vide l’uomo rispondere, ma non riuscì a coglierne le parole.
Si sentiva come sospesa in una bolla. A parte il suo respiro, tutto il resto sembrava ovattato.
La professoressa aggiunse ancora qualcosa, indicando un dettaglio sui documenti che aveva fornito. Simone e la collega che intanto li aveva raggiunti diedero un’altra occhiata e annuirono. – Va bene, può andare –. Questa volta Maria sentì forte e chiaro.
La Romano si voltò verso di lei con un sorriso e le fece cenno di sbrigarsi. Mancavano venti minuti alla partenza. – Visto? Tutto risolto. Ora andiamo, che ci aspettano –.

Mentre percorreva il corridoio che l’avrebbe portata alla navetta, Maria trattenne il fiato. Per cinque lunghissimi minuti aveva creduto di restare a terra; non era certa di potersi ancora rilassare. Capì che la situazione si era risolta solo quando vide da lontano il resto della sua classe che la stava aspettando.
Strinse al petto i suoi documenti - passaporto, carta d’identità, permesso di soggiorno e visto per la Gran Bretagna - e sorrise.
Si permise finalmente di respirare.

06. Segni sul corpo

06 storiaIndicativo presente, passato prossimo, passato remoto, futuro semplice. Così come i verbi della sua lingua, Francesca avrebbe voluto coniugare la sua vita in tante forme diverse, fino a trovarne una in cui potersi riconoscere un po’ di più. Erano ormai sette anni che insegnava in quella scuola elementare. Non era stata la sua prima scelta, ma con il tempo aveva imparato ad amare il suo lavoro. Lì, tra quelle quattro mura, aveva scoperto la vitalità dei bambini.

Una vitalità che sembrava nascere da una curiosità costante, affamata, capace di accendere lo sguardo con mille domande. A Francesca il pensiero di contribuire al loro percorso piaceva, anche se a volte le capitava di provare quel senso di nostalgia per una vita che non aveva vissuto. Non lì, in quel piccolo comune piemontese.
Mentre finiva di spiegare la lezione, scacciò quei pensieri con un gesto verso la lavagna dietro di lei e si concentrò sulla sua classe. Man mano che si avvicinava l’intervallo, poteva percepire tutta la loro impazienza: i bambini erano pronti ad abbandonare i verbi e a correre in cortile. Al suono della campanella, la donna li vide sistemare i quaderni in fretta e furia, scattare in piedi e rivolgerle uno sguardo d’attesa.
– Mettetevi in fila per due –, ricordò allora lei, un sorriso nella voce, mentre recuperava il registro di classe e una giacca leggera. Ci fu un momento di caos, dove gli alunni si spostarono alla ricerca del proprio compagno o compagna di fila, tra risate e passi veloci. Una volta arrivati davanti al cortile, cominciarono subito a disperdersi per quel perimetro ben delimitato. – Giochiamo a “Strega tocca colore”? – gridò qualcuno.
Francesca si stiracchiò nei suoi cinquant’anni e fece un paio di passi verso una panchina. Dopo tutta quella grammatica, sentiva anche lei il bisogno di respirare l’aria fresca di aprile. Proprio in quel momento le finì quasi addosso Alessandro. L’unico bambino di origine straniera della classe non parlava molto, ma correva tanto; con lo sguardo le chiese scusa e fece per raggiungere i compagni dall’altra parte del cortile. Si era trasferito lì da meno di sei mesi, dopo aver vissuto in Cina con i nonni per un paio d’anni. Francesca fece per gridargli di fare più attenzione, ma un particolare la trattenne. Con la coda dell’occhio, aveva intravisto alcune macchie violacee alla base del collo, che sporgevano dalla maglietta blu del bambino.
– Alessandro, scusami, vieni un attimo qui –, lo richiamò a quel punto.
Al suono del suo nome, lo vide esitare, girarsi verso di lei e andarle incontro con un punto interrogativo. Gli occhi si erano stretti in due fessure più sottili e la stavano guardando come si guarda un puzzle. L’insegnante aveva provato a dare una spiegazione a quella caratteristica forma a mandorla, definendola “eredità degli antenati che vivevano in Siberia”, costretti a fronteggiare il vento e il bianco accecante riflesso dalla neve. Ma i bambini sanno essere fantasiosi e crudeli insieme, e le battute non erano mancate. Quando Alessandro arrivò di fronte a lei, Francesca poté dare un’occhiata da vicino ai segni sulla schiena, ma quello che scoprì la fece sobbalzare. La pelle era ricoperta di lividi rosso scuro, capillari rotti circoscritti in una strana forma rotonda. La donna non aveva mai visto niente di simile.
Più tardi, quando la situazione si sarebbe trasformata in un complesso caleidoscopio di intenzioni, incomprensioni e timori, avrebbe capito che era il risultato di una forma di medicina orientale, la coppettazione.
Ma in quel momento sentì solo il battito del cuore accelerare per lo spavento e un nodo alla gola che si sforzò di superare. Cominciò a inondare il bambino di domande. – Alessandro, cosa sono questi segni? Chi te li ha fatti? –
Lo guardò negli occhi, sperando di trovarvi una risposta senza che lui dovesse dire niente. Era la prima volta che le capitava un episodio simile. Francesca non si sentiva pronta ad affrontarlo. Il bambino non reagì. Coglieva l’ansia nella voce della maestra, ma non capiva che cosa volesse sapere dei segni, quale fosse la risposta giusta. Faceva ancora fatica a esprimersi in italiano, dal momento che in famiglia si parlava solo mandarino, ma si stava sforzando di imparare.
– Ti fanno male? –, gli chiese ancora lei, indicandogli i segni sulla schiena.
Lui annuì lievemente, ma Francesca non capì se fosse una risposta alla sua domanda. Si guardò intorno per controllare che gli altri bambini non avessero visto nulla. Sentiva un senso di smarrimento che la immobilizzava, ma più passavano i secondi, più cominciava a sospettare che fosse successo qualcosa in famiglia. Doveva essere così. Aveva incontrato la madre di Alessandro una sola volta, in occasione degli incontri con i genitori. Non le era sembrata così loquace, probabilmente anche a causa della lingua, ma aveva intuito che in casa il bambino era solito essere lasciato a sé stesso.
I genitori lavoravano in negozio tutto il giorno. A sentire i vicini della loro sartoria - in paesi come quelli le voci girano velocemente - i due non staccavano quasi mai prima delle undici di sera.
Alessandro poteva restare solo per moltissimo tempo. E poi?
Francesca si chiese tra sé e sé se ci fosse stato un maltrattamento, se tra un periodo di solitudine e l’altro fosse successo qualcosa. A distanza di giorni sarebbe tornata a quel momento più volte, per capire quali alternative avrebbe potuto avere. In quell’istante, tuttavia, si aggrappò semplicemente alla certezza di dover proteggere l’alunno ed evitare che affrontasse altre difficoltà. Decise così di prendere in mano la situazione e far partire una segnalazione agli assistenti sociali. Finito l’intervallo sarebbe andata a raccontare l’accaduto alla direttrice scolastica. Trasse un profondo respiro per calmarsi e darsi un pizzico di coraggio. Si guardò intorno ancora una volta.
Tra le fronde degli alberi piantati in cortile stava passando un sospiro di vento – delicato, silenzioso, pronto a cambiare.

04. Quelli chissà quando pagano

04 storiaStava per succedere di nuovo. Matteo colse i primi segnali nella pausa che percepì subito dopo aver citato i progetti della sua cooperativa. Dall’altra parte del telefono, sentì la voce di Anna esitare. Se la immaginò mentre vagava con lo sguardo nella sua agenzia immobiliare, da un annuncio di affitto all’altro, senza mai soffermarsi su un dettaglio in particolare. Se non quello che le aveva appena detto lui.

– La casa potrebbe essere un po’ piccola per due persone –, provò a giustificarsi lei, aggrappandosi alle prime scuse che le venivano in mente.
Matteo annotò il commento tra i tanti che aveva già sentito. Non era facile trovare un appartamento per le persone in uscita dalla rete SAI: richiedenti asilo dalla Nigeria, Mali, Pakistan, Bangladesh. Così tante differenze che venivano unite sotto sotto la grande voce “stranieri”.
– Ci piacerebbe comunque dare un’occhiata agli spazi –, rispose l’operatore. Teneva la testa inclinata verso la spalla destra per tenere fermo il cellulare, mentre con le mani sfogliava alcuni documenti. Il multitasking era qualcosa che aveva allenato negli anni, tra lavoro, università e vita da pendolare. Dopo un po’ ci si abitua ai ritmi affollati, o almeno ci si costringe a farlo.
Quel giorno aveva già inviato sette email, fatto una riunione con la sua equipe e almeno tre chiamate per intercettare altri alloggi. Per le prime case che aveva trovato, tuttavia, era arrivato troppo tardi: il bilocale che Anna stava definendo piccolo era la sua ultima opzione. L’appartamento si trovava in un quartiere residenziale con tutto quello che poteva servire, non troppo lontano da una fermata di pullman diretti ad Alba.
Per Chaga e Sefu, i due che avrebbero dovuto lasciare presto la struttura, sarebbe stato perfetto.
– I proprietari preferirebbero non avere a che fare con gente come loro –, confessò infine Anna. Lo disse con una nota di imbarazzo, ma l’operatore non riuscì a capire se fosse dovuto alla posizione dei proprietari o alla generale sensazione di disagio dell’agente. – È che hanno avuto esperienze negative con gli stranieri. In passato avevano già provato ad affittare a una famiglia africana, ma erano tutti troppo rumorosi. Spostavano le sedie nel cuore della notte, alzavano le serrande all’alba, mettevano sempre la musica ad alto volume. I vicini non facevano altro che lamentarsi, e una volta hanno addirittura chiamato la polizia –.
Matteo ascoltò il discorso di Anna tamburellando sulla scrivania dell’ufficio. A un certo punto, eccola: l’espressione comune a molte di quelle telefonate.
Giungeva così, dopo una spiegazione più o meno dettagliata dei motivi del rifiuto, come a voler mettere un ultimo puntino sulle i. Il puntino che in qualche modo avrebbe dovuto dare senso al tutto.
– Non è per razzismo –, Anna diede un colpo di tosse. – Si figuri, uno dei proprietari ha origini peruviane! Ma in generale preferirebbero affittare ad altri. Così sarebbero anche più sicuri sui pagamenti. Quelli chissà quando pagano –. Lasciò intendere un “no?” finale, come a cercare la complicità di Matteo.
Ma prima di rispondere lui trasse un profondo respiro. Chiuse un faldone e prese in mano il cellulare, cercando di trovare le parole giuste da dire. Gli era capitato così tante volte che non riusciva neanche più a indignarsi.
– Guardi, capisco la situazione e la ringrazio per la trasparenza –, cominciò, ricordandosi l’arte della captatio benevolentiae. Raccolse le forze per fare un ultimo, rassegnato tentativo. – Ma se è solo una questione di rumore o di soldi, le garantisco che le due persone in questione sono davvero tranquille, con un lavoro dignitoso alle spalle. Non potrebbe intercedere per un incontro con i proprietari? Magari le cose possono cambiare –.
Raramente gli era capitato di incontrare agenti immobiliari che rispondessero sì.
Per questo si stupì nel sentire il sospiro di esitazione di Anna: stava davvero valutando la richiesta? Forse neanche lei condivideva il pensiero dei proprietari, ma ci si era ritrovata in mezzo. O forse stava semplicemente facendo dei calcoli per capire quanto potesse convenire all’agenzia.
In ogni caso, lo fece aspettare almeno venti secondi prima di rispondere. Matteo si stava ormai rassegnando all’idea di dover ripartire da zero e continuare la sua ricerca.
– Che lavoro fanno? –, gli chiese.
– Entrambi sono stati assunti in un’impresa edile –. Sentì un altro breve silenzio.
– Guardi, non le assicuro nulla –, continuò Anna. – Ma perché no? Un tentativo si può fare. Mi sono ricordata che i proprietari vorrebbero trovare un affittuario abbastanza velocemente e per ora non sono arrivate molte richieste –.
L’operatore sorrise alla parete davanti a lui.
Non era il ripensamento più nobile in cui potesse sperare, ma di certo usciva da un copione che rischiava di diventare monotono. Non significava ancora nulla, ma Matteo si augurava che i sì fossero contagiosi: dopo il primo, magari ne sarebbero seguiti altri.
– La ringrazio, davvero –, rispose alla fine.
– Mi può lasciare la sua mail? Così organizziamo –.
– Certo, assolutamente –.
Impegnarsi per fissare un incontro gli sembrava comunque un passo avanti.
Piccolo, incerto, traballante, ma - come ripeteva spesso anche suo padre - da qualche parte si doveva pur iniziare.

05. Un documento qualunque

05 storiaDa un po’ di tempo Keya pensava spesso al proprio futuro, aggrovigliando pensieri su pensieri. Cosa avrebbe fatto dopo la maturità? Si sarebbe davvero iscritta all’università? L’unica certezza era la patente: finite le superiori, avrebbe cominciato a prendere lezioni di guida. Era stufa di dover dipendere dal padre o dai treni per qualunque spostamento. E quella mattina non fece eccezione.

Dopo aver rimandato la sveglia più volte, Keya si rese conto di essere in ritardo. Si vestì rapidamente e chiamò a gran voce il genitore, ma non ottenne alcuna risposta - doveva essere già uscito per lavoro. Così non le restò che borbottare qualche imprecazione, afferrare le chiavi di casa e correre in stazione.
Riuscì a salire sul suo treno poco prima della partenza.

Per la fretta, non era riuscita a fare il biglietto, ma si consolò con il fatto che il tragitto fosse breve. Doveva solo incrociare le dita per circa quindici minuti, ma purtroppo la speranza ne durò solo tre. Il capotreno entrò dalle porte in fondo al vagone.
A ogni passeggero che mostrava il biglietto, la ragazza si sentiva sprofondare.
Tra le altre cose, si era dimenticata di prendere anche il portafoglio: non poteva neppure cavarsela con un eventuale supplemento. Aspettò allora il suo turno con il battito accelerato, pregando che succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, invasioni aliene incluse.
– Biglietto? –. Keya sollevò lentamente lo sguardo, fino a leggere il nome Carlo sull’uniforme del capotreno. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma le uscirono parole confuse. – Corsa… stamattina… la fretta, mi scusi… –.
L’uomo intuì la verità. Diede un’occhiata allo zaino ai suoi piedi e capì che era solo una studentessa: probabilmente sarebbe scesa alla fermata successiva a Cuneo.
Ne aveva visti tanti come lei, giovani che non sapevano ancora organizzarsi o con la testa sopra le nuvole, ma sapeva che avrebbero imparato a fare più attenzione.
In più, non gli andava di iniziare la giornata con una multa.
– Mostrami un documento qualunque –, le chiese allora, sottovoce.
Keya lo guardò confusa, prima di capire che stava cercando di aiutarla per davvero. – Sì, certo, eccolo –, si affrettò a rispondere, tirando fuori un libro dallo zaino. Lo aprì a una pagina a caso e glielo mostrò come se al suo interno ci fosse il biglietto.
Lui annuì e fece finta di confermare il posto sul suo tablet. – Grazie e buona giornata –, la salutò, prima di continuare con il suo giro.
Keya tirò un sospiro di sollievo. Non poteva credere al suo colpo di fortuna!
Appoggiò la testa sullo schienale con un mezzo sorriso e guardò l’ora sul cellulare.
Una voce vicino a lei la prese contropiede.
– E questi favoritismi? – commentò un signore seduto a qualche posto più in là. – Questa ragazza non ha il biglietto –.
– L’ho visto anch’io! – gli fece eco una donna, scuotendo il capo. – Ormai l’Italia si è ridotta a questo. Noi paghiamo e loro viaggiano gratis, che vergogna –.
Keya strinse i pugni, ma non disse nulla.
– Non sopporto le persone che non fanno il loro lavoro. Le regole sono regole! –.
– Eh, ma ormai non si può più dire o fare nulla! Gli immigrati hanno sempre ragione –.
– E se vuoi viaggiare, compri il biglietto. Punto. Se non ce l’hai, ne paghi le conseguenze –.
Keya voleva rimanere fuori da quelle due discussioni mascherate in una.
Ingoiò la rabbia crescente e provò a ignorarli. Sapeva di essere nel torto e di certo non poteva ribattere al signore, ma non poteva accettare le insinuazioni dell’altra.
Con la coda dell’occhio vide il proprio riflesso sul finestrino: la pelle e gli occhi neri, le treccine, la bocca grande. A quella donna bastava così poco per darle un’etichetta?
Le era già capitato di trovarsi faccia a faccia con persone come lei e farle ragionare era una perdita di tempo. Soprattutto quando ricordava loro di essere italiana: la migrazione l’aveva conosciuta solo attraverso gli occhi del padre e i racconti sulla terra che l’aveva visto nascere, il Congo.
Mancavano ancora cinque minuti, ma Keya si diresse verso l’uscita.
Vide che il capotreno stava tornando indietro. Gli fece un cenno da lontano e, tra sé e sé, ringraziò le persone capaci di sfumature. Di uscire dai binari per un momento di umanità, al di là della rigida linea che divide il giusto dallo sbagliato.
Mentre scendeva dal treno, la giovane pensò che sarebbe potuta partire da lì per capire cosa fare dopo le superiori.

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