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Era una strada poco trafficata, costeggiata dalla linea blu del parcheggio. Qualche lampione qua e là provava a illuminare la scena con un timido fascio di luce a led, ma i tratti al buio sembravano prevalere sugli altri; era mezzanotte inoltrata. In sottofondo si sentiva il rumore di un tram lontano, forse l’ultimo della giornata. Francesco vide il ragazzo a qualche metro da lui. Camminava lentamente, con il cappuccio della felpa calato sulla testa e gli occhi sul marciapiede. A un certo punto si fermò davanti a un’auto rossa parcheggiata lì vicino e le diede un calcio sulle ruote.
Non suonò nessun allarme, ma non ce n’era bisogno. La polizia era già lì. Francesco e Giuseppe erano arrivati nel quartiere dopo che alcuni residenti avevano segnalato dei rumori sospetti. Sembrava che qualcuno si stesse divertendo a disturbare la quiete pubblica, battendo sui cofani o tirando con insistenza le maniglie delle portiere. Poteva trattarsi di uno scassinatore maldestro?
A vedere quella figura incappucciata, i due poliziotti esclusero subito questa opzione. -Ma è un ragazzino -, commentò Giuseppe, il collega più anziano. Parcheggiò l’auto di servizio in doppia fila e scosse la testa. - Gioventù bruciata -.
Francesco accennò un sorriso ironico. Ormai sentiva di non appartenere più a nessuna gioventù, anche se i suoi venticinque anni appena compiuti avrebbero potuto smentirlo. Nell’arco di cinque o sei mesi aveva vissuto grandi stravolgimenti, che lo avevano portato dalla sua Bari a quella fredda città piemontese: era entrato nelle forze dell’ordine e aveva ricominciato una nuova vita altrove. Sentiva di essere cresciuto.
Aveva sempre ammirato la professione del poliziotto, ma non aveva mai pensato di diventare lui stesso uno di loro, almeno non fino a qualche tempo prima. “Perché no?”, si era detto. Complice fu anche il disorientamento che aveva provato per mesi, quella sensazione di perdersi nell’attesa di un futuro non ben definito. Così, eccolo in quella strada, nella sua nuova uniforme che aveva riempito d’orgoglio i genitori. Raggiunsero il ragazzo che “giocava” con le auto. - Che cosa stai combinando? Ma hai visto che ora è? –, gli chiese il collega, in un tono amichevole. Giuseppe era quello dalla risata facile.
Il giovane, vedendoli arrivare, sobbalzò, ma non disse nulla. Si fermò sul posto con le mani in tasca e un’espressione indecifrabile sul volto. Avrà avuto circa quattordici anni, non di più. Gli occhi marroni seguirono con attenzione i movimenti dei due poliziotti. - Non puoi andare in giro a dare botte alle auto. Come ti chiami? –.
Tutto ciò che ottennero fu un silenzio ancora più ostinato. I due uomini si scambiarono un’occhiata. Francesco osservò il giovane per qualche istante, cercando di indovinarne la nazionalità: dalla fisionomia e dalla pelle olivastra aveva intuito che potesse avere origini sudamericane. -Parli italiano? –, tentò allora, in spagnolo. Un ricordo dalla scuola superiore. Quello continuò a guardarlo senza dire nulla, le labbra cucite. Lui cominciò a innervosirsi. -Hai un documento? Il permesso di soggiorno? –, gli chiese, alzando un poco la voce. Passò qualche altro secondo di silenzio, prima di sentirsi rispondere: -Guardi che sono italiano! Anche se i miei sono peruviani, io sono nato e cresciuto qui –. Quella affermazione prese i due alla sprovvista, ma ancor di più il tono accusatorio implicito, come a sottolineare quanto fosse ovvia la verità e quanto fossero stati incapaci loro a non riconoscerla subito. O, almeno, questo è ciò che percepì Francesco. Non riusciva proprio a capire perché il ragazzo non avesse detto nulla prima, facendogli perdere tutto quel tempo. -Allora sai parlare! –, commentò Giuseppe, stizzito quanto lui. -Fai che mostrarci anche un documento, già che ci sei –. Lui scrollò le spalle. -Non li ho con me –, rispose. La voce gli tremò sul finale. -Vivi qui vicino? –.
Un cenno di assenso. -Chiama qualcuno che te li porti –. I tre aspettarono almeno un quarto d’ora prima che si presentasse la zia, una certa Flor. Quando li vide fermi sul marciapiede, la donna accelerò il passo e si frappose tra i poliziotti e il nipote, che chiamò Juan. Gli circondò le spalle con un braccio e mormorò qualche parola in spagnolo: il ragazzino, che era rimasto così rigido fino a quel momento, sembrò finalmente rilassarsi. Francesco colse anche un riferimento all’essere “razzisti dei poliziotti”, ma fece finta di non capire e si allontanò di qualche passo. Stava vivendo quel momento con un misto di incredulità e fastidio. Mentre la donna mostrava i documenti al collega, lui riuscì solo a pensare a quanti chilometri aveva percorso per ritrovarsi in quella situazione. Scosse la testa e alzò lo sguardo verso il cielo. Non riusciva proprio a capire.
Per un attimo gli sembrò di vivere un déjà-vu.
Quando il poliziotto della dogana gli fece segno di fermarsi, Marco si ricordò di quella volta in cui, ancora tredicenne, venne fatto perquisire in un centro commerciale. Aveva fatto suonare l’allarme alle porte di uscita, ma non aveva rubato nulla.
Nel mostrare l’interno del suo zaino Invicta si era comunque sentito a disagio. Il battito aveva cominciato ad accelerare, le parole erano uscite sempre più confuse e tremolanti. Da quell’episodio, Marco aveva capito che non avrebbe mai potuto avere un futuro da ladro: non riusciva a nascondere le sue emozioni.
Con un nuovo tuffo al cuore, fermò il suo carrello portabagagli e fece cenno ai genitori dietro di lui di fare lo stesso. Tra un paio d’ore sarebbero partiti per Shanghai, da dove avrebbero preso un pullman per arrivare al paese natale dei suoi.
Dopo quasi tre anni dall’ultima vacanza, avevano finalmente deciso di chiudere il loro ristorante e organizzare un nuovo viaggio in Cina, così da rivedere tutta la famiglia: nonni, cugini, persone con cui Marco non aveva legami di sangue, ma che doveva ugualmente chiamare ayi o shushu come gli zii.
Nei giorni precedenti lui e i genitori avevano riempito i bagagli con regali per tutti, dai vini ai cibi italiani, dalle scatole di Ferrero Rocher al latte in polvere. Per arrivare in aeroporto, avevano dovuto chiedere aiuto a un amico con un furgoncino.
Marco non era dunque sorpreso di aver attirato l’attenzione della dogana, ma trattenne ugualmente il respiro e salutò l’agente che li aveva fermati, un certo Paolo.
Questo lo guardò negli occhi con un’espressione indecifrabile, poi gli chiese di aprire le valigie che trasportava. – Dobbiamo verificarne il contenuto –, disse solo, facendo un cenno anche ai genitori. Non aveva battuto ciglio per tutto il tempo.
– Cosa sta succedendo? –, chiese il padre in cinese, avvicinandosi al figlio. Marco scrollò le spalle. – Vogliono solo dare un’occhiata, credo –.
– Il volo parte tra poco, non abbiamo così tanto tempo –, intervenne la madre, preoccupata di perdere l’aereo.
I tre aprirono le valigie sotto l’occhio attento dell’agente, che sembrò passare in rassegna ogni oggetto. L’uomo chiese di mostrare anche le tasche interne e di sollevare alcuni strati di vestiti: nel corso del suo lavoro, aveva scoperto che molti nascondevano prodotti sospetti sotto l’intimo. Non trovò nulla, ma lui continuò a cercare meticolosamente - non a caso, tra i colleghi era conosciuto come quello più scrupoloso.
– Marco, ora basta! Di’ qualcosa, tu che sai meglio l’italiano –, sbottò a quel punto il padre. Quando cominciava a spazientirsi, sembrava dimenticare l’italiano: il volto diventava rosso per lo sforzo e sulla fronte si poteva intravedere una vena pulsante, mentre le espressioni gli uscivano confuse.
Marco provò a fare qualcosa, ma non aveva la più pallida idea di come affrontare un funzionario della dogana. In fin dei conti, aveva appena compiuto quindici anni. – Scusi, ma c’è qualche problema? – tentò.
Paolo sollevò lo sguardo su di lui, rimettendo a posto una busta di medicinali che la madre si era premurata di portare. – È un controllo di routine –, spiegò. – Negli ultimi anni abbiamo sorpreso alcune persone trasportare migliaia di contanti senza dichiarazione, superando i limiti imposti –. Una piccola pausa. – Molte di loro erano cinesi –, aggiunse, come a giustificare la legittimità di quel controllo.
Nelle valigie di altri viaggiatori diretti per la Cina, infatti, aveva trovato decine e decine di rotoli di soldi. Chissà da dove arrivavano.
– Noi non ne abbiamo –, ribatté Marco.
La voce tremò per un attimo, a causa della sua generale ansia nei confronti dell’autorità.
Temeva di cominciare a balbettare come due anni prima.
In quel momento vennero raggiunti da un altro agente, che chiese spiegazioni di quel caos di bagagli. Dopo aver ascoltato una sintesi dell’accaduto, liquidò la faccenda con un gesto della mano e si rivolse a Paolo: – Se non hai trovato nulla, lasciali andare. Hanno un volo da prendere –. Ci fu un lungo momento di silenzio.
L’uomo sembrava dubbioso, ma alla fine fece un cenno quasi impercettibile con la testa: era un via libera.
Marco continuò a sentire il suo sguardo anche quando lui e i genitori si affrettarono a chiudere tutto e a dirigersi verso l’imbarco.
Il cuore batteva ancora forte.
Era incredibile quanto potessero diventare creative le persone colte senza biglietto sui mezzi. Giovanni ne sapeva qualcosa. Nel corso della sua esperienza da controllore, aveva sentito storie su abbonamenti scomparsi nei meandri di un cassetto o documenti rubati, scambiati, mangiati dal cane. Ma c’era anche chi non diceva nulla: quelli che decidevano di salire sul tram e tentare la sorte, consapevoli del rischio. Spesso erano gli stessi che abbracciavano la filosofia del “meglio una multa ogni tanto, che pagare il biglietto tutte le volte”.
– In ogni buona famiglia che si rispetti ce n’è sempre uno –, aveva commentato un collega, una volta.
Giovanni aveva trascorso dieci anni della sua vita a fare quel lavoro: episodio dopo episodio, aveva imparato a riconoscere i passeggeri senza regolare titolo di viaggio da una semplice occhiata. Alcune volte li tradiva uno sguardo ansioso verso le uscite, altre un gesto nervoso della mano o un improvviso silenzio, laddove prima si erano sentite delle risate.
Non era una scienza sicura al cento per cento, ma il controllore aveva avuto tutto il tempo di studiare a fondo la sua città e i gruppi che vivevano nei diversi quartieri, individuando le ricorrenze e le abitudini. Vicino ai mercati come Porta Palazzo, per esempio, sapeva di dover fare particolare attenzione.
Quel giorno prestava servizio proprio lì in zona, insieme a due colleghi di vecchia data. Con uno di loro, Daniele, aveva addirittura rincorso alcuni ragazzi senza biglietto per un paio di isolati qualche anno prima, prima di arrendersi e “dargliela vinta”.
Quando raccontava di quei momenti, commentava ironicamente di quanta azione ci fosse anche nel suo lavoro.
I tre controllori salirono su un tram abbastanza affollato e si guardarono intorno per valutare la situazione. Con la coda dell’occhio, Giovanni vide alcune persone attivarsi, pronte a mostrare il biglietto, ma la sua attenzione fu catturata da altro.
Da lontano scorse una signora con il velo, forse di origine marocchina, che guardava le porte di uscita con una certa apprensione, come se avesse fretta di scendere.
– Vai tu in fondo? –, gli chiese allora Daniele, sistemandosi il gilet blu che indossava. Dovevano fare in fretta, se volevano essere sicuri di controllare tutti per tempo: era questione di una fermata, massimo due.
Giovanni annuì e si mosse nella direzione della donna. A una brusca fermata, dovette aggrapparsi a una maniglia del tram per non perdere l’equilibrio, ma continuò a tenerla d’occhio. Accanto a lei c’era un carrello della spesa e un bambino di circa quattro anni seduto a gambe incrociate sul sedile.
Il controllore conosceva bene quella situazione. Di persone come lei, infatti, ne aveva incontrate tante. Erano madri che viaggiavano senza biglietto con la scusa del figlio piccolo stanco di camminare. Madri dal Marocco o da altre parti del mondo, che gli chiedevano di chiudere un occhio, cercando di fare leva su quella carta emotiva.
Quando arrivò finalmente davanti a lei, ignorando un paio di altri passeggeri, Giovanni era certo di coglierla in fallo. Nell’arco di quei trenta secondi, la donna aveva lanciato altre occhiate ansiose alle uscite.
– Buongiorno, biglietto? –, esordì l’uomo.
– Certamente –, replicò lei, prima di rovistare nella borsa e tirare fuori il documento richiesto. – Mi scusi, per Porta Nuova manca ancora molto? –.
Giovanni rimase un attimo disorientato. Si ritrovò a guardarla con sorpresa, stupito anche del suo italiano. Si aspettava una pronuncia diversa.
Le prese allora il biglietto dalle mani e controllò più volte la data della convalida: aveva timbrato da circa venti minuti.
– Mio figlio è ancora piccolo, può viaggiare senza –, aggiunse la donna, indicando il bambino con i capelli ricci accanto a lei.
L’uomo annuì; dopo un breve momento di esitazione, le restituì anche il documento. –
Mancano ancora cinque o sei fermate –, le rispose.
La signora lo ringraziò gentilmente, mentre lui capì di aver fatto un errore di valutazione. Mascherò il suo smarrimento con un’espressione indecifrabile e si allontanò a grandi passi. Al suo passaggio, sentì qualcuno commentare la scena sottovoce, accusandolo di discriminazione perché aveva controllato solo lei che era straniera.
– Qui in Italia si applicano sempre doppi standard, eh? –.
Lui preferì non dire nulla. Non era stato solo quello, ma forse anche quello. Scese alla fermata successiva con i colleghi.
In ogni caso, aveva solo fatto il suo lavoro.
Passaporto, carta d’identità, permesso di soggiorno.
Maria aveva da poco compiuto sedici anni, ma aveva già ricevuto parte della sua eredità: la paura di perdere i documenti.
Dopo aver lasciato la Cina ed essere arrivati in Italia, i genitori l’avevano cresciuta con un particolare senso di responsabilità nei confronti di quei fogli. Per le famiglie immigrate come la loro, infatti, non erano solo un attestato di identità, ma certificavano il loro diritto di restare, lavorare, vivere lì. Di appartenere a quel Paese.
Per questo, ogni volta che Maria doveva andare da qualche parte in treno o in aereo, controllava la sua borsa più e più volte.
Ma a renderla vigile non era solo la paura di perdere i documenti. C’era anche il timore, non ben definito, che qualcosa potesse andare storto, che durante un controllo emergessero delle irregolarità. Era una sensazione che le era stata trasmessa negli anni, ma ebbe modo di sperimentarla sulla propria pelle solo quel mercoledì mattina.
Si trovava in aeroporto con i suoi compagni di classe, circondati da zaini e trolley. Era la prima gita che facevano all’estero: presto sarebbero partiti per Londra e avrebbero vissuto con alcune famiglie inglesi per una settimana.
Maria aspettava quel giorno da mesi. Assaporava il momento in cui sarebbe salita sul London Eye per ammirare la città dall’alto, o quello in cui avrebbe finalmente visto il Big Ben dal vivo. Quando aveva scoperto la destinazione di quell’anno, avrebbe voluto alzarsi dal banco e abbracciare le insegnanti. Aveva guardato così tante serie televisive ambientate in quella città che non le sembrava vero poter finalmente andarci.
Tuttavia, i preparativi per la partenza non erano stati semplici: dal momento che aveva ancora la cittadinanza cinese, aveva dovuto affrontare varie peripezie per ottenere il visto. Alla fine, però, era riuscita a riemergere dalla macchina burocratica in cui si stava perdendo grazie all’intervento della scuola.
Era certa di avere tutto quello che serviva: ciò che la separava dal suo sogno era solo quell’aereo. Così, quando venne fermata al gate d’imbarco, rimase senza parole.
– Aspetti un attimo –, le disse l’agente di volo. Sulla targa dell’uniforme si poteva leggere il nome di Simone.
Maria gli rispose con un’occhiata interrogativa. I suoi compagni avevano superato il controllo senza problemi e si erano già diretti alla navetta. Lei era l’ultima a dover passare. Alle sue spalle era rimasta solo la Romano, la docente di matematica.
Simone scrutò dubbioso i documenti che aveva ricevuto e si soffermò sul permesso di soggiorno, guardando con attenzione la foto e il nome. Poi sollevò gli occhi sul suo volto, rilesse il foglio del visto e sembrò esitare.
Nell’ultimo periodo c’erano stati alcuni casi di falso documentale che coinvolgevano voli diretti in Gran Bretagna, per cui pensò che la cautela non fosse mai troppa. Con un cenno del capo chiamò allora l’attenzione di una collega; aveva bisogno di un confronto. – Dobbiamo verificare alcuni dati –, disse solo a Maria, come se quella spiegazione potesse in qualche modo bastare.
Lei lo guardò senza capire. Sentì solo il battito del cuore accelerare e i pensieri aggrovigliarsi tra loro. Quali dati dovevano controllare? Aveva forse dimenticato qualcosa? Eppure aveva riguardato i documenti svariate volte. Ma se poi aveva superato il check-in in tutta tranquillità, perché dovevano saltare fuori problemi all’ultimo?
Cercò di dire qualcosa, ma le uscì un verso confuso.
– Mi scusi, cosa sta succedendo? –.
Sentì la voce della Romano intervenire al suo posto. La donna si stava rivolgendo a Simone con le mani sui fianchi e la fronte corrucciata, con quella tipica espressione che rivolgeva agli interrogati. – È una gita scolastica. Perché ha fermato la mia studentessa? Il suo visto è più che valido, garantisce la scuola –.
Maria vide l’uomo rispondere, ma non riuscì a coglierne le parole.
Si sentiva come sospesa in una bolla. A parte il suo respiro, tutto il resto sembrava ovattato.
La professoressa aggiunse ancora qualcosa, indicando un dettaglio sui documenti che aveva fornito. Simone e la collega che intanto li aveva raggiunti diedero un’altra occhiata e annuirono. – Va bene, può andare –. Questa volta Maria sentì forte e chiaro.
La Romano si voltò verso di lei con un sorriso e le fece cenno di sbrigarsi. Mancavano venti minuti alla partenza. – Visto? Tutto risolto. Ora andiamo, che ci aspettano –.
Mentre percorreva il corridoio che l’avrebbe portata alla navetta, Maria trattenne il fiato. Per cinque lunghissimi minuti aveva creduto di restare a terra; non era certa di potersi ancora rilassare. Capì che la situazione si era risolta solo quando vide da lontano il resto della sua classe che la stava aspettando.
Strinse al petto i suoi documenti - passaporto, carta d’identità, permesso di soggiorno e visto per la Gran Bretagna - e sorrise.
Si permise finalmente di respirare.
Indicativo presente, passato prossimo, passato remoto, futuro semplice. Così come i verbi della sua lingua, Francesca avrebbe voluto coniugare la sua vita in tante forme diverse, fino a trovarne una in cui potersi riconoscere un po’ di più. Erano ormai sette anni che insegnava in quella scuola elementare. Non era stata la sua prima scelta, ma con il tempo aveva imparato ad amare il suo lavoro. Lì, tra quelle quattro mura, aveva scoperto la vitalità dei bambini.
Una vitalità che sembrava nascere da una curiosità costante, affamata, capace di accendere lo sguardo con mille domande. A Francesca il pensiero di contribuire al loro percorso piaceva, anche se a volte le capitava di provare quel senso di nostalgia per una vita che non aveva vissuto. Non lì, in quel piccolo comune piemontese.
Mentre finiva di spiegare la lezione, scacciò quei pensieri con un gesto verso la lavagna dietro di lei e si concentrò sulla sua classe. Man mano che si avvicinava l’intervallo, poteva percepire tutta la loro impazienza: i bambini erano pronti ad abbandonare i verbi e a correre in cortile. Al suono della campanella, la donna li vide sistemare i quaderni in fretta e furia, scattare in piedi e rivolgerle uno sguardo d’attesa.
– Mettetevi in fila per due –, ricordò allora lei, un sorriso nella voce, mentre recuperava il registro di classe e una giacca leggera. Ci fu un momento di caos, dove gli alunni si spostarono alla ricerca del proprio compagno o compagna di fila, tra risate e passi veloci. Una volta arrivati davanti al cortile, cominciarono subito a disperdersi per quel perimetro ben delimitato. – Giochiamo a “Strega tocca colore”? – gridò qualcuno.
Francesca si stiracchiò nei suoi cinquant’anni e fece un paio di passi verso una panchina. Dopo tutta quella grammatica, sentiva anche lei il bisogno di respirare l’aria fresca di aprile. Proprio in quel momento le finì quasi addosso Alessandro. L’unico bambino di origine straniera della classe non parlava molto, ma correva tanto; con lo sguardo le chiese scusa e fece per raggiungere i compagni dall’altra parte del cortile. Si era trasferito lì da meno di sei mesi, dopo aver vissuto in Cina con i nonni per un paio d’anni. Francesca fece per gridargli di fare più attenzione, ma un particolare la trattenne. Con la coda dell’occhio, aveva intravisto alcune macchie violacee alla base del collo, che sporgevano dalla maglietta blu del bambino.
– Alessandro, scusami, vieni un attimo qui –, lo richiamò a quel punto.
Al suono del suo nome, lo vide esitare, girarsi verso di lei e andarle incontro con un punto interrogativo. Gli occhi si erano stretti in due fessure più sottili e la stavano guardando come si guarda un puzzle. L’insegnante aveva provato a dare una spiegazione a quella caratteristica forma a mandorla, definendola “eredità degli antenati che vivevano in Siberia”, costretti a fronteggiare il vento e il bianco accecante riflesso dalla neve. Ma i bambini sanno essere fantasiosi e crudeli insieme, e le battute non erano mancate. Quando Alessandro arrivò di fronte a lei, Francesca poté dare un’occhiata da vicino ai segni sulla schiena, ma quello che scoprì la fece sobbalzare. La pelle era ricoperta di lividi rosso scuro, capillari rotti circoscritti in una strana forma rotonda. La donna non aveva mai visto niente di simile.
Più tardi, quando la situazione si sarebbe trasformata in un complesso caleidoscopio di intenzioni, incomprensioni e timori, avrebbe capito che era il risultato di una forma di medicina orientale, la coppettazione.
Ma in quel momento sentì solo il battito del cuore accelerare per lo spavento e un nodo alla gola che si sforzò di superare. Cominciò a inondare il bambino di domande. – Alessandro, cosa sono questi segni? Chi te li ha fatti? –
Lo guardò negli occhi, sperando di trovarvi una risposta senza che lui dovesse dire niente. Era la prima volta che le capitava un episodio simile. Francesca non si sentiva pronta ad affrontarlo. Il bambino non reagì. Coglieva l’ansia nella voce della maestra, ma non capiva che cosa volesse sapere dei segni, quale fosse la risposta giusta. Faceva ancora fatica a esprimersi in italiano, dal momento che in famiglia si parlava solo mandarino, ma si stava sforzando di imparare.
– Ti fanno male? –, gli chiese ancora lei, indicandogli i segni sulla schiena.
Lui annuì lievemente, ma Francesca non capì se fosse una risposta alla sua domanda. Si guardò intorno per controllare che gli altri bambini non avessero visto nulla. Sentiva un senso di smarrimento che la immobilizzava, ma più passavano i secondi, più cominciava a sospettare che fosse successo qualcosa in famiglia. Doveva essere così. Aveva incontrato la madre di Alessandro una sola volta, in occasione degli incontri con i genitori. Non le era sembrata così loquace, probabilmente anche a causa della lingua, ma aveva intuito che in casa il bambino era solito essere lasciato a sé stesso.
I genitori lavoravano in negozio tutto il giorno. A sentire i vicini della loro sartoria - in paesi come quelli le voci girano velocemente - i due non staccavano quasi mai prima delle undici di sera.
Alessandro poteva restare solo per moltissimo tempo. E poi?
Francesca si chiese tra sé e sé se ci fosse stato un maltrattamento, se tra un periodo di solitudine e l’altro fosse successo qualcosa. A distanza di giorni sarebbe tornata a quel momento più volte, per capire quali alternative avrebbe potuto avere. In quell’istante, tuttavia, si aggrappò semplicemente alla certezza di dover proteggere l’alunno ed evitare che affrontasse altre difficoltà. Decise così di prendere in mano la situazione e far partire una segnalazione agli assistenti sociali. Finito l’intervallo sarebbe andata a raccontare l’accaduto alla direttrice scolastica. Trasse un profondo respiro per calmarsi e darsi un pizzico di coraggio. Si guardò intorno ancora una volta.
Tra le fronde degli alberi piantati in cortile stava passando un sospiro di vento – delicato, silenzioso, pronto a cambiare.