Portale per l'aggiornamento professionale in materia di immigrazione
Era incredibile quanto potessero diventare creative le persone colte senza biglietto sui mezzi. Giovanni ne sapeva qualcosa. Nel corso della sua esperienza da controllore, aveva sentito storie su abbonamenti scomparsi nei meandri di un cassetto o documenti rubati, scambiati, mangiati dal cane. Ma c’era anche chi non diceva nulla: quelli che decidevano di salire sul tram e tentare la sorte, consapevoli del rischio. Spesso erano gli stessi che abbracciavano la filosofia del “meglio una multa ogni tanto, che pagare il biglietto tutte le volte”.
– In ogni buona famiglia che si rispetti ce n’è sempre uno –, aveva commentato un collega, una volta.
Giovanni aveva trascorso dieci anni della sua vita a fare quel lavoro: episodio dopo episodio, aveva imparato a riconoscere i passeggeri senza regolare titolo di viaggio da una semplice occhiata. Alcune volte li tradiva uno sguardo ansioso verso le uscite, altre un gesto nervoso della mano o un improvviso silenzio, laddove prima si erano sentite delle risate.
Non era una scienza sicura al cento per cento, ma il controllore aveva avuto tutto il tempo di studiare a fondo la sua città e i gruppi che vivevano nei diversi quartieri, individuando le ricorrenze e le abitudini. Vicino ai mercati come Porta Palazzo, per esempio, sapeva di dover fare particolare attenzione.
Quel giorno prestava servizio proprio lì in zona, insieme a due colleghi di vecchia data. Con uno di loro, Daniele, aveva addirittura rincorso alcuni ragazzi senza biglietto per un paio di isolati qualche anno prima, prima di arrendersi e “dargliela vinta”.
Quando raccontava di quei momenti, commentava ironicamente di quanta azione ci fosse anche nel suo lavoro.
I tre controllori salirono su un tram abbastanza affollato e si guardarono intorno per valutare la situazione. Con la coda dell’occhio, Giovanni vide alcune persone attivarsi, pronte a mostrare il biglietto, ma la sua attenzione fu catturata da altro.
Da lontano scorse una signora con il velo, forse di origine marocchina, che guardava le porte di uscita con una certa apprensione, come se avesse fretta di scendere.
– Vai tu in fondo? –, gli chiese allora Daniele, sistemandosi il gilet blu che indossava. Dovevano fare in fretta, se volevano essere sicuri di controllare tutti per tempo: era questione di una fermata, massimo due.
Giovanni annuì e si mosse nella direzione della donna. A una brusca fermata, dovette aggrapparsi a una maniglia del tram per non perdere l’equilibrio, ma continuò a tenerla d’occhio. Accanto a lei c’era un carrello della spesa e un bambino di circa quattro anni seduto a gambe incrociate sul sedile.
Il controllore conosceva bene quella situazione. Di persone come lei, infatti, ne aveva incontrate tante. Erano madri che viaggiavano senza biglietto con la scusa del figlio piccolo stanco di camminare. Madri dal Marocco o da altre parti del mondo, che gli chiedevano di chiudere un occhio, cercando di fare leva su quella carta emotiva.
Quando arrivò finalmente davanti a lei, ignorando un paio di altri passeggeri, Giovanni era certo di coglierla in fallo. Nell’arco di quei trenta secondi, la donna aveva lanciato altre occhiate ansiose alle uscite.
– Buongiorno, biglietto? –, esordì l’uomo.
– Certamente –, replicò lei, prima di rovistare nella borsa e tirare fuori il documento richiesto. – Mi scusi, per Porta Nuova manca ancora molto? –.
Giovanni rimase un attimo disorientato. Si ritrovò a guardarla con sorpresa, stupito anche del suo italiano. Si aspettava una pronuncia diversa.
Le prese allora il biglietto dalle mani e controllò più volte la data della convalida: aveva timbrato da circa venti minuti.
– Mio figlio è ancora piccolo, può viaggiare senza –, aggiunse la donna, indicando il bambino con i capelli ricci accanto a lei.
L’uomo annuì; dopo un breve momento di esitazione, le restituì anche il documento. –
Mancano ancora cinque o sei fermate –, le rispose.
La signora lo ringraziò gentilmente, mentre lui capì di aver fatto un errore di valutazione. Mascherò il suo smarrimento con un’espressione indecifrabile e si allontanò a grandi passi. Al suo passaggio, sentì qualcuno commentare la scena sottovoce, accusandolo di discriminazione perché aveva controllato solo lei che era straniera.
– Qui in Italia si applicano sempre doppi standard, eh? –.
Lui preferì non dire nulla. Non era stato solo quello, ma forse anche quello. Scese alla fermata successiva con i colleghi.
In ogni caso, aveva solo fatto il suo lavoro.
Quando lo chiamarono per raccontargli l’accaduto, Abdu non seppe cosa dire. Quel giorno Ike e Samuel avevano deciso di andare alla piscina comunale per sfuggire al caldo estivo, ma erano stati fermati all’ingresso.
– Dicono che non possiamo entrare, ma non capiamo perché –, gli avevano detto.
– Va bene, arrivo –, era stata la sua risposta. Nella voce una lieve increspatura.
Abdu era un mediatore di lingua igbo e forse tra le prime persone che i due ragazzi avevano incontrato in Italia, dopo essere partiti dalla Nigeria.
Gli capitava spesso di ricevere telefonate di questo tipo: chiamate non filtrate da nessun operatore della cooperativa che gestiva il SAI di Borgobene, ma richieste d’aiuto dirette da parte delle persone accolte nella struttura. Di solito bastava che lui restasse in ascolto, che in qualche modo si dimostrasse presente. Quel giorno, tuttavia, capì che questo non sarebbe stato sufficiente: dal tono concitato di Samuel aveva colto una certa tensione. Recuperò borsa, borraccia e bici e si avviò.
La prima persona che vide fu Ike. Sostava in piedi davanti al cancello della struttura, tenendo sottobraccio un asciugamano da mare con i colori di casa, verde-bianco-verde. Per chi è lontano dalla propria terra, la nostalgia è un sottofondo costante e lui e Samuel avevano cominciato a conviverci solo da un paio di anni.
– Ehi –, lo salutò Abdu.
Il ragazzo ricambiò con un sorriso stanco e una stretta di mano.
– Ciao Abdu –, intervenne Samuel. – Grazie per essere venuto –.
Il mediatore annuì, muovendosi verso la reception della piscina. Si sentì subito travolgere dall’odore pungente del cloro.
– Cosa sta succedendo? Perché non lasciate entrare questi ragazzi? –, esordì, rivolto alla ragazza dell’accoglienza. La targhetta cucita sulla sua polo azzurra la indicava come Alessia.
– Oggi è meglio così – rispose lei, vaga.
– Sono già venuti altre volte, ma non hanno mai avuto problemi. Non capisco –.
La receptionist esitò un attimo, come a voler prendere del tempo per dosare bene le parole che stava per dire. – Purtroppo le regole sono cambiate. Oggi non posso lasciarvi entrare, ci sono troppe ragazze –.
Abdu aggrottò la fronte. – In che senso? –.
Alessia cominciò a tamburellare sul bancone dell’accoglienza. Faceva fatica a trovare l’espressione giusta da usare, ma proprio quella settimana aveva ricevuto delle nuove
direttive. Non voleva prendersi un richiamo. – Qualche giorno fa alcune ospiti hanno avuto problemi con un gruppo di ragazzi… - Una pausa. Le sfuggì un’occhiata a Ike e Samuel. – … africani. Per questo la direzione ha deciso di non far più entrare nessun… –
– Nero? – la interruppe Abdu, guardandola negli occhi.
Lei abbassò lo sguardo. Provò a cercare aiuto altrove e vide che nel frattempo si era formata una coda all’ingresso.
– Davvero, non è razzismo, sto solo rispettando un ordine che mi è stato dato –, ripeté. – È un provvedimento preso per motivi di sicurezza, nient’altro. Mi spiace non poter fare di più –.
A quelle parole, Abdu sentì il sangue ribollire e per un attimo si dimenticò di restare calmo. Indicò i due giovani dietro di lui. – Ma la sicurezza di chi? Questi ragazzi non hanno fatto nulla! –. L’aveva quasi gridato, ma si rese subito conto dell’errore, accorgendosi del sussulto della giovane. Cercò di abbassare la voce e chiese di parlare con un responsabile.
Alessia trasse un profondo respiro, ma fece un cenno di assenso e digitò un numero. Il telefono sembrò squillare svariate volte, ma non rispose nessuno.
– Provi ancora –, insisté Abdu.
Intanto le persone in fila cominciavano a dare segni di nervosismo: c’era chi inveiva contro Ike e Samuel, chi contro Alessia, chi non capiva perché la coda fosse così lenta.
Incalzata dal rumore crescente, la receptionist finì per sbottare.
– Non risponde nessuno. Adesso però vi chiedo la cortesia di farvi da parte, altrimenti sarò costretta a chiamare i carabinieri –.
Abdu sollevò le mani in segno di resa e la guardò. – Non ce n’è bisogno –.
Sul suo volto si stava facendo spazio un sorriso amaro: capì che non sarebbe riuscito a smuoverla dalla sua posizione, dal timore di prendersi quella responsabilità. Si rivolse allora a Ike e Samuel, con un peso sul cuore.
– Mi spiace, ragazzi –, sospirò, allontanandosi dal bancone e facendo loro cenno di seguirlo.
– Ma non è giusto! Allora perché quelli sono entrati senza problemi? –, reagì Ike, indicando alcuni ragazzi che avevano appena superato il controllo. Sembravano avere origini straniere anche loro.
Abdu li guardò svoltare nel corridoio a destra ed entrare negli spogliatoi maschili in fretta e furia, prima che Alessia potesse cambiare idea. Sotto le canottiere estive, l’uomo notò il colore della loro pelle: era di qualche tonalità più chiara della loro.
Scosse la testa. Ancora una volta, non seppe cosa dire. Si ripromise di riprovarci e segnalare l’accaduto al direttore della struttura, magari anche all’assessore del Comune. Avrebbe potuto contattare dei giornalisti, fare sempre più rumore. Ora, però, poteva solo recuperare un po’ del tempo perduto e provare a cambiare la percezione di quella giornata. Proporre un finale alternativo. Guardò i due ragazzi con un sorriso stanco.
– Che dite, facciamo due tiri al parco? –.
Da un po’ di tempo Keya pensava spesso al proprio futuro, aggrovigliando pensieri su pensieri. Cosa avrebbe fatto dopo la maturità? Si sarebbe davvero iscritta all’università? L’unica certezza era la patente: finite le superiori, avrebbe cominciato a prendere lezioni di guida. Era stufa di dover dipendere dal padre o dai treni per qualunque spostamento. E quella mattina non fece eccezione.
Dopo aver rimandato la sveglia più volte, Keya si rese conto di essere in ritardo. Si vestì rapidamente e chiamò a gran voce il genitore, ma non ottenne alcuna risposta - doveva essere già uscito per lavoro. Così non le restò che borbottare qualche imprecazione, afferrare le chiavi di casa e correre in stazione.
Riuscì a salire sul suo treno poco prima della partenza.
Per la fretta, non era riuscita a fare il biglietto, ma si consolò con il fatto che il tragitto fosse breve. Doveva solo incrociare le dita per circa quindici minuti, ma purtroppo la speranza ne durò solo tre. Il capotreno entrò dalle porte in fondo al vagone.
A ogni passeggero che mostrava il biglietto, la ragazza si sentiva sprofondare.
Tra le altre cose, si era dimenticata di prendere anche il portafoglio: non poteva neppure cavarsela con un eventuale supplemento. Aspettò allora il suo turno con il battito accelerato, pregando che succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, invasioni aliene incluse.
– Biglietto? –. Keya sollevò lentamente lo sguardo, fino a leggere il nome Carlo sull’uniforme del capotreno. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma le uscirono parole confuse. – Corsa… stamattina… la fretta, mi scusi… –.
L’uomo intuì la verità. Diede un’occhiata allo zaino ai suoi piedi e capì che era solo una studentessa: probabilmente sarebbe scesa alla fermata successiva a Cuneo.
Ne aveva visti tanti come lei, giovani che non sapevano ancora organizzarsi o con la testa sopra le nuvole, ma sapeva che avrebbero imparato a fare più attenzione.
In più, non gli andava di iniziare la giornata con una multa.
– Mostrami un documento qualunque –, le chiese allora, sottovoce.
Keya lo guardò confusa, prima di capire che stava cercando di aiutarla per davvero. – Sì, certo, eccolo –, si affrettò a rispondere, tirando fuori un libro dallo zaino. Lo aprì a una pagina a caso e glielo mostrò come se al suo interno ci fosse il biglietto.
Lui annuì e fece finta di confermare il posto sul suo tablet. – Grazie e buona giornata –, la salutò, prima di continuare con il suo giro.
Keya tirò un sospiro di sollievo. Non poteva credere al suo colpo di fortuna!
Appoggiò la testa sullo schienale con un mezzo sorriso e guardò l’ora sul cellulare.
Una voce vicino a lei la prese contropiede.
– E questi favoritismi? – commentò un signore seduto a qualche posto più in là. – Questa ragazza non ha il biglietto –.
– L’ho visto anch’io! – gli fece eco una donna, scuotendo il capo. – Ormai l’Italia si è ridotta a questo. Noi paghiamo e loro viaggiano gratis, che vergogna –.
Keya strinse i pugni, ma non disse nulla.
– Non sopporto le persone che non fanno il loro lavoro. Le regole sono regole! –.
– Eh, ma ormai non si può più dire o fare nulla! Gli immigrati hanno sempre ragione –.
– E se vuoi viaggiare, compri il biglietto. Punto. Se non ce l’hai, ne paghi le conseguenze –.
Keya voleva rimanere fuori da quelle due discussioni mascherate in una.
Ingoiò la rabbia crescente e provò a ignorarli. Sapeva di essere nel torto e di certo non poteva ribattere al signore, ma non poteva accettare le insinuazioni dell’altra.
Con la coda dell’occhio vide il proprio riflesso sul finestrino: la pelle e gli occhi neri, le treccine, la bocca grande. A quella donna bastava così poco per darle un’etichetta?
Le era già capitato di trovarsi faccia a faccia con persone come lei e farle ragionare era una perdita di tempo. Soprattutto quando ricordava loro di essere italiana: la migrazione l’aveva conosciuta solo attraverso gli occhi del padre e i racconti sulla terra che l’aveva visto nascere, il Congo.
Mancavano ancora cinque minuti, ma Keya si diresse verso l’uscita.
Vide che il capotreno stava tornando indietro. Gli fece un cenno da lontano e, tra sé e sé, ringraziò le persone capaci di sfumature. Di uscire dai binari per un momento di umanità, al di là della rigida linea che divide il giusto dallo sbagliato.
Mentre scendeva dal treno, la giovane pensò che sarebbe potuta partire da lì per capire cosa fare dopo le superiori.