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Pollo, limoni, aglio, cipolle, manioca, foglie di alloro.
Amadou continuava a ripetere tra sé e sé la lista della spesa che gli aveva consegnato Fatoumata quella mattina, sicuro di essersi dimenticato qualcosa. Aveva contato sette ingredienti prima di prendere il treno, ma aveva perso il bigliettino su cui la mano della moglie aveva sbrigativamente segnato le sue richieste.
– Già che passi a Torino, fai un salto anche a Porta Palazzo – gli aveva detto, accompagnandolo alla porta. Si era sistemata un lembo della fascia che le copriva le treccine e aveva sorriso con gli occhi. – Stasera preparo lo yassa poulet. –
Amadou le aveva dato un bacio: non vedeva l’ora.
Aveva lasciato casa con quel pensiero felice e, nonostante il ritardo iniziale, era riuscito ad arrivare in tempo a Torino, dove l’avevano chiamato per una mediazione wolof.
Ora, di ritorno a Porta Nuova dopo i vari impegni, tutto ciò a cui riusciva a pensare era l’ingrediente mancante. Sapeva che non era fondamentale per la ricetta, ma non era una cosa che avrebbe potuto dire a Fatoumata. Sorrise all’idea, mentre entrava in stazione. Alzò lo sguardo verso il tabellone delle partenze: il treno per Carmagnola delle 12:41 sarebbe partito a breve. Si affrettò verso il binario, intralciato dai vari sacchetti del mercato.
Fu in quel momento che li vide svoltare l’angolo.
Erano in due, un uomo e una donna in una divisa ben stirata, ancora giovani - trent’anni o poco più. I poliziotti si guardarono intorno con attenzione, scambiandosi un paio di battute che Amadou non riuscì a sentire. Ma vide i loro occhi superare la ragazza che si era fermata davanti alle vetrine di una libreria, la coppia di signori anziani che trascinava il suo bagaglio, il padre che passeggiava con i suoi bambini. Poi, come attratti da una calamita, si fermarono su di lui.
Il mediatore avrebbe voluto accelerare il passo per evitarli, far finta di niente, ma era ormai troppo tardi. Si stavano avvicinando.
– Buongiorno, documenti –, gli chiese il poliziotto più basso, senza una particolare intonazione. Lo guardò negli occhi e attese.
– Certo, subito –, rispose lui, cominciando tuttavia a sentire un leggero nervosismo duettare con i battiti del cuore. Era consapevole della normalità di quel controllo, per quanto avesse qualche dubbio sulla “casualità della scelta”, ma non poteva fare a meno di preoccuparsi ogni volta che succedeva. Per chi – immigrato come lui - aveva avuto una lunga serie di problemi con i documenti, restava in ogni caso il dubbio.
E se ci fosse stato un errore? E se all’anagrafe avessero sbagliato a scrivere il suo nome e lui non l’avesse notato per tempo?
Amadou non poteva fare a meno di provare un senso di smarrimento. Durava una frazione di secondo, giusto il tempo per sentire il cuore accelerare e il respiro farsi corto.
Aveva sentito troppe storie per non preoccuparsi.
Guardò ancora una volta i due poliziotti e fece un cenno di assenso con la testa. Posò a terra i sacchi della spesa e recuperò il suo portafoglio dalla tasca destra dei pantaloni. Eccola, la sua doppia salvezza: la carta di identità e il permesso di soggiorno.
Porse i documenti al poliziotto che glieli aveva chiesti. L’uomo li prese in mano, li girò più volte, li guardò a lungo come a voler essere certo di ogni dettaglio; gli capitava spesso di trovare delle ottime riproduzioni. Passò quindi a confrontare le fototessere, poi posò nuovamente lo sguardo su Amadou. Lui si sentiva in apnea.
Dopo dieci lunghi secondi, il poliziotto annuì. – La ringrazio, può andare –, disse infine. Gli rivolse un sorriso educato.
Amadou si lasciò sfuggire un sospiro sollevato. Recuperò i documenti e si avviò verso i binari, lasciandosi via via la tensione alle spalle. Si chiese se la polizia fosse in grado di vedere qualcos’altro oltre l’uomo nero alto un metro e novanta, o se non fosse stufa di ripetere sempre i soliti schemi. Li notavano?
Amadou augurò loro di avere più capacità critica, a sé stesso di non trattenere più il fiato.
Quando diede una nuova occhiata al tabellone delle partenze, vide che mancavano ancora tre minuti. Corse allora a validare il biglietto e salì sul treno in fretta e furia, portandosi dietro tutte le buste di Porta Palazzo. Gli cadde qualche foglia di alloro.
Una volta partito, man mano che si allontanava dalla stazione, Amadou si ritrovò, si sentì lucido, provò una rinnovata leggerezza. Fu in quel momento che gli tornarono in mente. Le olive.
Ecco cosa si era dimenticato.
Era una serenità che stava cercando da ormai tanto tempo.
Laura non avrebbe mai immaginato che alla fine l’avrebbe trovata nella sua casella di posta elettronica, in formato PDF. Dopo aver scaricato il suo contratto di lavoro a tempo indeterminato, aveva tirato un sospiro di sollievo.
Era il primo dopo una lunga serie di delusioni e fatiche, ma ora poteva finalmente riporre nel cassetto gli strumenti da equilibrista. Dopo più di vent’anni di attività occasionali e sottopagati, diventare impiegata alle poste le sembrava una buona base per cominciare a rimettere insieme i pezzi della sua vita.
Quel giorno aveva già effettuato il pagamento di cinque bollette, fatto due prelievi e consegnato una mensilità NASpI, quando al suo sportello comparve una nuova utente, il numero A19.
Era una donna nera, sui sessant’anni, con una lunga veste ocra e i capelli raccolti in un turbante dello stesso colore. A Laura ricordò subito alcune signore somale del suo condominio con cui aveva condiviso sì e no dieci parole in sei anni.
– Buongiorno, vorrei aprire un conto postale –, esordì la signora. Il suo italiano tradì una lieve inflessione straniera.
– Certo, mi servono un documento di identità e il codice fiscale –, le rispose Laura. Cominciò ad avviare la pratica sul suo computer, ripassando mentalmente i vari passaggi da fare. In quei primi mesi di lavoro non voleva fare alcun errore; viveva ancora con il timore che i responsabili potessero cambiare idea su di lei. Per questo guardò con esitazione i documenti che Sagal - come lesse sulla carta di identità - le aveva appena passato al di là dello sportello.
Risultava avere la cittadinanza italiana, ma Laura ebbe comunque dei dubbi.
Da qualche parte su Internet aveva letto che il mercato dei falsificatori di documenti stava diventando sempre più accurato e preciso, soprattutto nei paesi africani. Aveva addirittura sentito aneddoti preoccupanti di alcuni colleghi, che si erano ritrovati a dover chiamare la polizia dopo aver scoperto conti correnti sospetti e carte di identità false.
Lei non voleva finire in una situazione simile. Guardò Sagal in volto e cercò indizi che potessero svelare le sue intenzioni. – Le chiedo gentilmente anche il permesso di soggiorno –, aggiunse allora, come cautela in più. Pensava che quello sarebbe stato più difficile da replicare.
Sagal socchiuse un attimo gli occhi e la fissò interdetta. – Mi scusi, non capisco. Sono cittadina italiana –.
– È per una questione di sicurezza –.
– Sì, ma le sto dicendo che non ha senso –.
– È sempre stata cittadina italiana? –.
– No, ma lo sono diventata quattro anni fa. Cosa c’entra con un conto postale? –.
– Ci sono stati alcuni problemi in passato, vorremmo solo essere un po’ più cauti ora. Ha il
suo vecchio permesso di soggiorno con sé o la domanda di cittadinanza? –. Laura vide l’espressione di Sagal passare dall’incredulità all’indignazione: le sopracciglia si aggrottarono così tanto che gli occhi divennero fessure incandescenti.
– Sono cittadina italiana –, ripeté, scandendo bene le parole. Trasse un profondo respiro. – Non ho bisogno di nessun permesso per vivere qui, né per aprire un conto corrente alle poste –. Il tono di voce si stava facendo sempre più alto.
Laura cominciò ad agitarsi; tamburellò le dita sul tavolo in un tic nervoso, ma cercò di mostrarsi ferma nella sua posizione. Le era già capitato di discutere con alcuni clienti per questioni piccole come la precedenza nella fila, soprattutto quando c’erano prenotati via app, ma non era ancora arrivata a quei livelli.
Con la coda dell’occhio vide che le altre persone in coda le stavano guardando con un misto di curiosità e fastidio, una sensazione che caratterizzava quasi tutti gli uffici postali.
– Ci diamo una mossa? Se ci sono problemi con i documenti della signora, non ho problemi a chiamare io stesso la questura! – intervenne un uomo.
Fu la ciliegina sulla torta.
Sagal lo fulminò con lo sguardo, raccolse le sue carte e scosse la testa. Non poteva credere di doversi ancora confrontare con quella situazione e rivendicare un riconoscimento che le spettava di diritto, dopo tutti gli anni vissuti lì. Si rivolse a Laura a denti stretti: – Lei si dovrebbe solo vergognare –.
Quando uscì dall’ufficio a grandi falcate, scese un breve silenzio carico di tensione.
La sportellista si guardò intorno e incrociò lo sguardo interrogativo di una collega. Si era forse sbagliata? Non avrebbe dovuto insistere?
Le venne il dubbio di aver superato un limite, ma al contempo aveva l’impressione che fosse successo tutto troppo in fretta.
L’unica cosa di cui era certa era che quel lavoro le serviva.
Con uno strano peso al cuore, chiamò il numero successivo.
Passaporto, carta d’identità, permesso di soggiorno.
Maria aveva da poco compiuto sedici anni, ma aveva già ricevuto parte della sua eredità: la paura di perdere i documenti.
Dopo aver lasciato la Cina ed essere arrivati in Italia, i genitori l’avevano cresciuta con un particolare senso di responsabilità nei confronti di quei fogli. Per le famiglie immigrate come la loro, infatti, non erano solo un attestato di identità, ma certificavano il loro diritto di restare, lavorare, vivere lì. Di appartenere a quel Paese.
Per questo, ogni volta che Maria doveva andare da qualche parte in treno o in aereo, controllava la sua borsa più e più volte.
Ma a renderla vigile non era solo la paura di perdere i documenti. C’era anche il timore, non ben definito, che qualcosa potesse andare storto, che durante un controllo emergessero delle irregolarità. Era una sensazione che le era stata trasmessa negli anni, ma ebbe modo di sperimentarla sulla propria pelle solo quel mercoledì mattina.
Si trovava in aeroporto con i suoi compagni di classe, circondati da zaini e trolley. Era la prima gita che facevano all’estero: presto sarebbero partiti per Londra e avrebbero vissuto con alcune famiglie inglesi per una settimana.
Maria aspettava quel giorno da mesi. Assaporava il momento in cui sarebbe salita sul London Eye per ammirare la città dall’alto, o quello in cui avrebbe finalmente visto il Big Ben dal vivo. Quando aveva scoperto la destinazione di quell’anno, avrebbe voluto alzarsi dal banco e abbracciare le insegnanti. Aveva guardato così tante serie televisive ambientate in quella città che non le sembrava vero poter finalmente andarci.
Tuttavia, i preparativi per la partenza non erano stati semplici: dal momento che aveva ancora la cittadinanza cinese, aveva dovuto affrontare varie peripezie per ottenere il visto. Alla fine, però, era riuscita a riemergere dalla macchina burocratica in cui si stava perdendo grazie all’intervento della scuola.
Era certa di avere tutto quello che serviva: ciò che la separava dal suo sogno era solo quell’aereo. Così, quando venne fermata al gate d’imbarco, rimase senza parole.
– Aspetti un attimo –, le disse l’agente di volo. Sulla targa dell’uniforme si poteva leggere il nome di Simone.
Maria gli rispose con un’occhiata interrogativa. I suoi compagni avevano superato il controllo senza problemi e si erano già diretti alla navetta. Lei era l’ultima a dover passare. Alle sue spalle era rimasta solo la Romano, la docente di matematica.
Simone scrutò dubbioso i documenti che aveva ricevuto e si soffermò sul permesso di soggiorno, guardando con attenzione la foto e il nome. Poi sollevò gli occhi sul suo volto, rilesse il foglio del visto e sembrò esitare.
Nell’ultimo periodo c’erano stati alcuni casi di falso documentale che coinvolgevano voli diretti in Gran Bretagna, per cui pensò che la cautela non fosse mai troppa. Con un cenno del capo chiamò allora l’attenzione di una collega; aveva bisogno di un confronto. – Dobbiamo verificare alcuni dati –, disse solo a Maria, come se quella spiegazione potesse in qualche modo bastare.
Lei lo guardò senza capire. Sentì solo il battito del cuore accelerare e i pensieri aggrovigliarsi tra loro. Quali dati dovevano controllare? Aveva forse dimenticato qualcosa? Eppure aveva riguardato i documenti svariate volte. Ma se poi aveva superato il check-in in tutta tranquillità, perché dovevano saltare fuori problemi all’ultimo?
Cercò di dire qualcosa, ma le uscì un verso confuso.
– Mi scusi, cosa sta succedendo? –.
Sentì la voce della Romano intervenire al suo posto. La donna si stava rivolgendo a Simone con le mani sui fianchi e la fronte corrucciata, con quella tipica espressione che rivolgeva agli interrogati. – È una gita scolastica. Perché ha fermato la mia studentessa? Il suo visto è più che valido, garantisce la scuola –.
Maria vide l’uomo rispondere, ma non riuscì a coglierne le parole.
Si sentiva come sospesa in una bolla. A parte il suo respiro, tutto il resto sembrava ovattato.
La professoressa aggiunse ancora qualcosa, indicando un dettaglio sui documenti che aveva fornito. Simone e la collega che intanto li aveva raggiunti diedero un’altra occhiata e annuirono. – Va bene, può andare –. Questa volta Maria sentì forte e chiaro.
La Romano si voltò verso di lei con un sorriso e le fece cenno di sbrigarsi. Mancavano venti minuti alla partenza. – Visto? Tutto risolto. Ora andiamo, che ci aspettano –.
Mentre percorreva il corridoio che l’avrebbe portata alla navetta, Maria trattenne il fiato. Per cinque lunghissimi minuti aveva creduto di restare a terra; non era certa di potersi ancora rilassare. Capì che la situazione si era risolta solo quando vide da lontano il resto della sua classe che la stava aspettando.
Strinse al petto i suoi documenti - passaporto, carta d’identità, permesso di soggiorno e visto per la Gran Bretagna - e sorrise.
Si permise finalmente di respirare.
Quando lo chiamarono per raccontargli l’accaduto, Abdu non seppe cosa dire. Quel giorno Ike e Samuel avevano deciso di andare alla piscina comunale per sfuggire al caldo estivo, ma erano stati fermati all’ingresso.
– Dicono che non possiamo entrare, ma non capiamo perché –, gli avevano detto.
– Va bene, arrivo –, era stata la sua risposta. Nella voce una lieve increspatura.
Abdu era un mediatore di lingua igbo e forse tra le prime persone che i due ragazzi avevano incontrato in Italia, dopo essere partiti dalla Nigeria.
Gli capitava spesso di ricevere telefonate di questo tipo: chiamate non filtrate da nessun operatore della cooperativa che gestiva il SAI di Borgobene, ma richieste d’aiuto dirette da parte delle persone accolte nella struttura. Di solito bastava che lui restasse in ascolto, che in qualche modo si dimostrasse presente. Quel giorno, tuttavia, capì che questo non sarebbe stato sufficiente: dal tono concitato di Samuel aveva colto una certa tensione. Recuperò borsa, borraccia e bici e si avviò.
La prima persona che vide fu Ike. Sostava in piedi davanti al cancello della struttura, tenendo sottobraccio un asciugamano da mare con i colori di casa, verde-bianco-verde. Per chi è lontano dalla propria terra, la nostalgia è un sottofondo costante e lui e Samuel avevano cominciato a conviverci solo da un paio di anni.
– Ehi –, lo salutò Abdu.
Il ragazzo ricambiò con un sorriso stanco e una stretta di mano.
– Ciao Abdu –, intervenne Samuel. – Grazie per essere venuto –.
Il mediatore annuì, muovendosi verso la reception della piscina. Si sentì subito travolgere dall’odore pungente del cloro.
– Cosa sta succedendo? Perché non lasciate entrare questi ragazzi? –, esordì, rivolto alla ragazza dell’accoglienza. La targhetta cucita sulla sua polo azzurra la indicava come Alessia.
– Oggi è meglio così – rispose lei, vaga.
– Sono già venuti altre volte, ma non hanno mai avuto problemi. Non capisco –.
La receptionist esitò un attimo, come a voler prendere del tempo per dosare bene le parole che stava per dire. – Purtroppo le regole sono cambiate. Oggi non posso lasciarvi entrare, ci sono troppe ragazze –.
Abdu aggrottò la fronte. – In che senso? –.
Alessia cominciò a tamburellare sul bancone dell’accoglienza. Faceva fatica a trovare l’espressione giusta da usare, ma proprio quella settimana aveva ricevuto delle nuove
direttive. Non voleva prendersi un richiamo. – Qualche giorno fa alcune ospiti hanno avuto problemi con un gruppo di ragazzi… - Una pausa. Le sfuggì un’occhiata a Ike e Samuel. – … africani. Per questo la direzione ha deciso di non far più entrare nessun… –
– Nero? – la interruppe Abdu, guardandola negli occhi.
Lei abbassò lo sguardo. Provò a cercare aiuto altrove e vide che nel frattempo si era formata una coda all’ingresso.
– Davvero, non è razzismo, sto solo rispettando un ordine che mi è stato dato –, ripeté. – È un provvedimento preso per motivi di sicurezza, nient’altro. Mi spiace non poter fare di più –.
A quelle parole, Abdu sentì il sangue ribollire e per un attimo si dimenticò di restare calmo. Indicò i due giovani dietro di lui. – Ma la sicurezza di chi? Questi ragazzi non hanno fatto nulla! –. L’aveva quasi gridato, ma si rese subito conto dell’errore, accorgendosi del sussulto della giovane. Cercò di abbassare la voce e chiese di parlare con un responsabile.
Alessia trasse un profondo respiro, ma fece un cenno di assenso e digitò un numero. Il telefono sembrò squillare svariate volte, ma non rispose nessuno.
– Provi ancora –, insisté Abdu.
Intanto le persone in fila cominciavano a dare segni di nervosismo: c’era chi inveiva contro Ike e Samuel, chi contro Alessia, chi non capiva perché la coda fosse così lenta.
Incalzata dal rumore crescente, la receptionist finì per sbottare.
– Non risponde nessuno. Adesso però vi chiedo la cortesia di farvi da parte, altrimenti sarò costretta a chiamare i carabinieri –.
Abdu sollevò le mani in segno di resa e la guardò. – Non ce n’è bisogno –.
Sul suo volto si stava facendo spazio un sorriso amaro: capì che non sarebbe riuscito a smuoverla dalla sua posizione, dal timore di prendersi quella responsabilità. Si rivolse allora a Ike e Samuel, con un peso sul cuore.
– Mi spiace, ragazzi –, sospirò, allontanandosi dal bancone e facendo loro cenno di seguirlo.
– Ma non è giusto! Allora perché quelli sono entrati senza problemi? –, reagì Ike, indicando alcuni ragazzi che avevano appena superato il controllo. Sembravano avere origini straniere anche loro.
Abdu li guardò svoltare nel corridoio a destra ed entrare negli spogliatoi maschili in fretta e furia, prima che Alessia potesse cambiare idea. Sotto le canottiere estive, l’uomo notò il colore della loro pelle: era di qualche tonalità più chiara della loro.
Scosse la testa. Ancora una volta, non seppe cosa dire. Si ripromise di riprovarci e segnalare l’accaduto al direttore della struttura, magari anche all’assessore del Comune. Avrebbe potuto contattare dei giornalisti, fare sempre più rumore. Ora, però, poteva solo recuperare un po’ del tempo perduto e provare a cambiare la percezione di quella giornata. Proporre un finale alternativo. Guardò i due ragazzi con un sorriso stanco.
– Che dite, facciamo due tiri al parco? –.