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14. Apnea

14 storiaPollo, limoni, aglio, cipolle, manioca, foglie di alloro.
Amadou continuava a ripetere tra sé e sé la lista della spesa che gli aveva consegnato Fatoumata quella mattina, sicuro di essersi dimenticato qualcosa. Aveva contato sette ingredienti prima di prendere il treno, ma aveva perso il bigliettino su cui la mano della moglie aveva sbrigativamente segnato le sue richieste.
– Già che passi a Torino, fai un salto anche a Porta Palazzo – gli aveva detto, accompagnandolo alla porta. Si era sistemata un lembo della fascia che le copriva le treccine e aveva sorriso con gli occhi. – Stasera preparo lo yassa poulet. –

Amadou le aveva dato un bacio: non vedeva l’ora.

Aveva lasciato casa con quel pensiero felice e, nonostante il ritardo iniziale, era riuscito ad arrivare in tempo a Torino, dove l’avevano chiamato per una mediazione wolof.
Ora, di ritorno a Porta Nuova dopo i vari impegni, tutto ciò a cui riusciva a pensare era l’ingrediente mancante. Sapeva che non era fondamentale per la ricetta, ma non era una cosa che avrebbe potuto dire a Fatoumata. Sorrise all’idea, mentre entrava in stazione. Alzò lo sguardo verso il tabellone delle partenze: il treno per Carmagnola delle 12:41 sarebbe partito a breve. Si affrettò verso il binario, intralciato dai vari sacchetti del mercato.

Fu in quel momento che li vide svoltare l’angolo.
Erano in due, un uomo e una donna in una divisa ben stirata, ancora giovani - trent’anni o poco più. I poliziotti si guardarono intorno con attenzione, scambiandosi un paio di battute che Amadou non riuscì a sentire. Ma vide i loro occhi superare la ragazza che si era fermata davanti alle vetrine di una libreria, la coppia di signori anziani che trascinava il suo bagaglio, il padre che passeggiava con i suoi bambini. Poi, come attratti da una calamita, si fermarono su di lui.
Il mediatore avrebbe voluto accelerare il passo per evitarli, far finta di niente, ma era ormai troppo tardi. Si stavano avvicinando.
– Buongiorno, documenti –, gli chiese il poliziotto più basso, senza una particolare intonazione. Lo guardò negli occhi e attese.
– Certo, subito –, rispose lui, cominciando tuttavia a sentire un leggero nervosismo duettare con i battiti del cuore. Era consapevole della normalità di quel controllo, per quanto avesse qualche dubbio sulla “casualità della scelta”, ma non poteva fare a meno di preoccuparsi ogni volta che succedeva. Per chi – immigrato come lui - aveva avuto una lunga serie di problemi con i documenti, restava in ogni caso il dubbio.
E se ci fosse stato un errore? E se all’anagrafe avessero sbagliato a scrivere il suo nome e lui non l’avesse notato per tempo?
Amadou non poteva fare a meno di provare un senso di smarrimento. Durava una frazione di secondo, giusto il tempo per sentire il cuore accelerare e il respiro farsi corto.
Aveva sentito troppe storie per non preoccuparsi.
Guardò ancora una volta i due poliziotti e fece un cenno di assenso con la testa. Posò a terra i sacchi della spesa e recuperò il suo portafoglio dalla tasca destra dei pantaloni. Eccola, la sua doppia salvezza: la carta di identità e il permesso di soggiorno.
Porse i documenti al poliziotto che glieli aveva chiesti. L’uomo li prese in mano, li girò più volte, li guardò a lungo come a voler essere certo di ogni dettaglio; gli capitava spesso di trovare delle ottime riproduzioni. Passò quindi a confrontare le fototessere, poi posò nuovamente lo sguardo su Amadou. Lui si sentiva in apnea.
Dopo dieci lunghi secondi, il poliziotto annuì. – La ringrazio, può andare –, disse infine. Gli rivolse un sorriso educato.
Amadou si lasciò sfuggire un sospiro sollevato. Recuperò i documenti e si avviò verso i binari, lasciandosi via via la tensione alle spalle. Si chiese se la polizia fosse in grado di vedere qualcos’altro oltre l’uomo nero alto un metro e novanta, o se non fosse stufa di ripetere sempre i soliti schemi. Li notavano?
Amadou augurò loro di avere più capacità critica, a sé stesso di non trattenere più il fiato.

Quando diede una nuova occhiata al tabellone delle partenze, vide che mancavano ancora tre minuti. Corse allora a validare il biglietto e salì sul treno in fretta e furia, portandosi dietro tutte le buste di Porta Palazzo. Gli cadde qualche foglia di alloro.
Una volta partito, man mano che si allontanava dalla stazione, Amadou si ritrovò, si sentì lucido, provò una rinnovata leggerezza. Fu in quel momento che gli tornarono in mente. Le olive.
Ecco cosa si era dimenticato.

07. I dubbi di una madre

07 storiaQuando scoprì che sarebbe diventata madre, Fadma afferrò il lavandino del bagno con entrambe le mani e cercò di respirare. Si guardò allo specchio, sorrise timidamente al proprio riflesso e si lasciò sfuggire qualche lacrima.
Sentiva che il suo corpo cominciava a prepararsi al cambiamento e a fare spazio a quella nuova vita. Sarebbe stata casa e rifugio, promessa e speranza insieme.
Per lei, quella era la prima vera notizia felice che riceveva da tempo.

Da quando era arrivata in Italia qualche mese prima, Fadma aveva continuato a sentire la mancanza della sua terra. Le mancavano i profumi, i bazar, le terrazze su cui si lasciava asciugare il cous cous appena cotto. Chissà, se avesse avuto una femmina, Fadma le avrebbe potuto insegnare tutti i segreti nascosti nella semola - le storie e i saperi tramandati da generazioni di donne marocchine.
Quella sera stessa lo disse anche a Omar, il marito, che rimase senza parole per un attimo che sembrò eterno. Non era un uomo che sorrideva spesso, ma nei suoi occhi gentili la moglie intravide un guizzo di gioia, prima che lui si alzasse da tavola e l’abbracciasse forte. La loro famiglia stava per crescere.

La prima visita in consultorio lasciò Fadma con un’agenda verde in mano e una nota in cui le si consigliava di assumere acido folico. Era riuscita a capire qualcosa in più sul percorso che avrebbe cominciato grazie all’aiuto di Nadia, una mediatrice di lingua araba, che l’aveva rassicurata sulla qualità del servizio. Si era addirittura ritagliata un po’ di tempo dopo l’incontro per condividere con lei altre esperienze di donne.
Nonostante questo, Fadma continuava ad avere dei dubbi. Lei e Omar erano cresciuti in un luogo dove avere riserve sui servizi sanitari pubblici era più che naturale, poiché questi non vantavano una buona fama in Marocco. Tuttavia, al momento non potevano permettersi un’alternativa; dovevano accettarlo.
Ma restava il fatto che fosse la prima gravidanza di Fadma: trovarsi in un Paese che non conosceva, lontana dalla famiglia e dai punti di riferimento a cui era abituata, non era di aiuto. Man mano che sentiva crescere dentro di lei quella nuova vita, si scopriva piena di ansie e timori. Avrebbe ricevuto un trattamento di serie B? Il personale era davvero qualificato?
Omar aveva il suo sogno di fare successo in Italia, lei solo quello.

Così, quando le comunicarono una complicanza dovuta al diabete gestazionale, Fadma si sentì mancare la terra sotto i piedi. Durò una frazione di secondo, ma le bastò per ricominciare a dubitare.
– Dall’ultima ecografia abbiamo individuato una sovrapproduzione del liquido amniotico –, le spiegò la ginecologa, Sara, una donna sulla quarantina che l’aveva seguita fino a quel momento. La guardò negli occhi e pronunciò altre parole che a Fadma sfuggirono, dal momento che era ormai intenta a ripercorrere alcuni istanti degli ultimi incontri. Aveva sorpreso la dottoressa a guardare ripetutamente l’orologio in più di un’occasione, come se avesse avuto fretta di finire. E se le fosse sfuggito qualcosa proprio in uno di quei momenti?
– Cosa vuol dire? – provò a chiedere.
– Il bimbo potrebbe nascere con un po’ di anticipo o potrebbero presentarsi dei piccoli ostacoli durante il parto –, rispose Sara, annotando qualcosa su un foglio. – Ma non si preoccupi, monitoriamo la situazione e vediamo il da farsi. Eventualmente possiamo ricorrere a un’estrazione del liquido in eccesso –.
Nadia tradusse quelle rassicurazioni e aggiunse che la percentuale di rischio per il bambino era generalmente bassa, ma Fadma non poteva esserne così sicura.
Si portò una mano alla pancia, come a voler proteggere la vita che avrebbe presto chiamato Amir, e lanciò parole di accusa nei confronti della ginecologa.
Se solo fosse stata più attenta… se non avesse guardato così tante volte l’ora… se le avesse consigliato di fare così al posto di… Alla fine del suo sfogo in arabo, la mediatrice rimase un attimo in silenzio. La osservò riprendere fiato e rimettere l’agenda della gravidanza in borsa, prima di dirle la sua verità.
– Fadma, non è colpa di nessuno, è una situazione comune a molte donne –. Dall’altra parte del tavolo, Sara le guardava confusa.
Avrebbe voluto intervenire in qualche altro modo, rassicurare quella donna che le stava lanciando occhiate di fuoco, ma percepì una forte resistenza. Si voltò verso Nadia, che ricambiò la sua richiesta di aiuto con un cenno del capo.
Ci fu un lungo silenzio.
– Non mi sarei dovuta fidare –, commentò infine Fadma.
Lo disse con voce rotta dall’emozione. Non le sembrava giusto scoprire nuovi problemi, proprio ora che a casa aveva cominciato ad assemblare la culla, ad acquistare i primi vestiti, a trasformare e a trasformarsi.
Abbassò lo sguardo sulle mani che sorreggevano la pancia, attraversate da venature delicate. Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo.
Semplicemente, non le sembrava giusto.

06. Segni sul corpo

06 storiaIndicativo presente, passato prossimo, passato remoto, futuro semplice. Così come i verbi della sua lingua, Francesca avrebbe voluto coniugare la sua vita in tante forme diverse, fino a trovarne una in cui potersi riconoscere un po’ di più. Erano ormai sette anni che insegnava in quella scuola elementare. Non era stata la sua prima scelta, ma con il tempo aveva imparato ad amare il suo lavoro. Lì, tra quelle quattro mura, aveva scoperto la vitalità dei bambini.

Una vitalità che sembrava nascere da una curiosità costante, affamata, capace di accendere lo sguardo con mille domande. A Francesca il pensiero di contribuire al loro percorso piaceva, anche se a volte le capitava di provare quel senso di nostalgia per una vita che non aveva vissuto. Non lì, in quel piccolo comune piemontese.
Mentre finiva di spiegare la lezione, scacciò quei pensieri con un gesto verso la lavagna dietro di lei e si concentrò sulla sua classe. Man mano che si avvicinava l’intervallo, poteva percepire tutta la loro impazienza: i bambini erano pronti ad abbandonare i verbi e a correre in cortile. Al suono della campanella, la donna li vide sistemare i quaderni in fretta e furia, scattare in piedi e rivolgerle uno sguardo d’attesa.
– Mettetevi in fila per due –, ricordò allora lei, un sorriso nella voce, mentre recuperava il registro di classe e una giacca leggera. Ci fu un momento di caos, dove gli alunni si spostarono alla ricerca del proprio compagno o compagna di fila, tra risate e passi veloci. Una volta arrivati davanti al cortile, cominciarono subito a disperdersi per quel perimetro ben delimitato. – Giochiamo a “Strega tocca colore”? – gridò qualcuno.
Francesca si stiracchiò nei suoi cinquant’anni e fece un paio di passi verso una panchina. Dopo tutta quella grammatica, sentiva anche lei il bisogno di respirare l’aria fresca di aprile. Proprio in quel momento le finì quasi addosso Alessandro. L’unico bambino di origine straniera della classe non parlava molto, ma correva tanto; con lo sguardo le chiese scusa e fece per raggiungere i compagni dall’altra parte del cortile. Si era trasferito lì da meno di sei mesi, dopo aver vissuto in Cina con i nonni per un paio d’anni. Francesca fece per gridargli di fare più attenzione, ma un particolare la trattenne. Con la coda dell’occhio, aveva intravisto alcune macchie violacee alla base del collo, che sporgevano dalla maglietta blu del bambino.
– Alessandro, scusami, vieni un attimo qui –, lo richiamò a quel punto.
Al suono del suo nome, lo vide esitare, girarsi verso di lei e andarle incontro con un punto interrogativo. Gli occhi si erano stretti in due fessure più sottili e la stavano guardando come si guarda un puzzle. L’insegnante aveva provato a dare una spiegazione a quella caratteristica forma a mandorla, definendola “eredità degli antenati che vivevano in Siberia”, costretti a fronteggiare il vento e il bianco accecante riflesso dalla neve. Ma i bambini sanno essere fantasiosi e crudeli insieme, e le battute non erano mancate. Quando Alessandro arrivò di fronte a lei, Francesca poté dare un’occhiata da vicino ai segni sulla schiena, ma quello che scoprì la fece sobbalzare. La pelle era ricoperta di lividi rosso scuro, capillari rotti circoscritti in una strana forma rotonda. La donna non aveva mai visto niente di simile.
Più tardi, quando la situazione si sarebbe trasformata in un complesso caleidoscopio di intenzioni, incomprensioni e timori, avrebbe capito che era il risultato di una forma di medicina orientale, la coppettazione.
Ma in quel momento sentì solo il battito del cuore accelerare per lo spavento e un nodo alla gola che si sforzò di superare. Cominciò a inondare il bambino di domande. – Alessandro, cosa sono questi segni? Chi te li ha fatti? –
Lo guardò negli occhi, sperando di trovarvi una risposta senza che lui dovesse dire niente. Era la prima volta che le capitava un episodio simile. Francesca non si sentiva pronta ad affrontarlo. Il bambino non reagì. Coglieva l’ansia nella voce della maestra, ma non capiva che cosa volesse sapere dei segni, quale fosse la risposta giusta. Faceva ancora fatica a esprimersi in italiano, dal momento che in famiglia si parlava solo mandarino, ma si stava sforzando di imparare.
– Ti fanno male? –, gli chiese ancora lei, indicandogli i segni sulla schiena.
Lui annuì lievemente, ma Francesca non capì se fosse una risposta alla sua domanda. Si guardò intorno per controllare che gli altri bambini non avessero visto nulla. Sentiva un senso di smarrimento che la immobilizzava, ma più passavano i secondi, più cominciava a sospettare che fosse successo qualcosa in famiglia. Doveva essere così. Aveva incontrato la madre di Alessandro una sola volta, in occasione degli incontri con i genitori. Non le era sembrata così loquace, probabilmente anche a causa della lingua, ma aveva intuito che in casa il bambino era solito essere lasciato a sé stesso.
I genitori lavoravano in negozio tutto il giorno. A sentire i vicini della loro sartoria - in paesi come quelli le voci girano velocemente - i due non staccavano quasi mai prima delle undici di sera.
Alessandro poteva restare solo per moltissimo tempo. E poi?
Francesca si chiese tra sé e sé se ci fosse stato un maltrattamento, se tra un periodo di solitudine e l’altro fosse successo qualcosa. A distanza di giorni sarebbe tornata a quel momento più volte, per capire quali alternative avrebbe potuto avere. In quell’istante, tuttavia, si aggrappò semplicemente alla certezza di dover proteggere l’alunno ed evitare che affrontasse altre difficoltà. Decise così di prendere in mano la situazione e far partire una segnalazione agli assistenti sociali. Finito l’intervallo sarebbe andata a raccontare l’accaduto alla direttrice scolastica. Trasse un profondo respiro per calmarsi e darsi un pizzico di coraggio. Si guardò intorno ancora una volta.
Tra le fronde degli alberi piantati in cortile stava passando un sospiro di vento – delicato, silenzioso, pronto a cambiare.

01. Questione di sicurezza

01 storiaQuando lo chiamarono per raccontargli l’accaduto, Abdu non seppe cosa dire. Quel giorno Ike e Samuel avevano deciso di andare alla piscina comunale per sfuggire al caldo estivo, ma erano stati fermati all’ingresso.
– Dicono che non possiamo entrare, ma non capiamo perché –, gli avevano detto.
– Va bene, arrivo –, era stata la sua risposta. Nella voce una lieve increspatura.
Abdu era un mediatore di lingua igbo e forse tra le prime persone che i due ragazzi avevano incontrato in Italia, dopo essere partiti dalla Nigeria.

Gli capitava spesso di ricevere telefonate di questo tipo: chiamate non filtrate da nessun operatore della cooperativa che gestiva il SAI di Borgobene, ma richieste d’aiuto dirette da parte delle persone accolte nella struttura. Di solito bastava che lui restasse in ascolto, che in qualche modo si dimostrasse presente. Quel giorno, tuttavia, capì che questo non sarebbe stato sufficiente: dal tono concitato di Samuel aveva colto una certa tensione. Recuperò borsa, borraccia e bici e si avviò.
La prima persona che vide fu Ike. Sostava in piedi davanti al cancello della struttura, tenendo sottobraccio un asciugamano da mare con i colori di casa, verde-bianco-verde. Per chi è lontano dalla propria terra, la nostalgia è un sottofondo costante e lui e Samuel avevano cominciato a conviverci solo da un paio di anni.

– Ehi –, lo salutò Abdu.
Il ragazzo ricambiò con un sorriso stanco e una stretta di mano.
– Ciao Abdu –, intervenne Samuel. – Grazie per essere venuto –.
Il mediatore annuì, muovendosi verso la reception della piscina. Si sentì subito travolgere dall’odore pungente del cloro.
– Cosa sta succedendo? Perché non lasciate entrare questi ragazzi? –, esordì, rivolto alla ragazza dell’accoglienza. La targhetta cucita sulla sua polo azzurra la indicava come Alessia.
– Oggi è meglio così – rispose lei, vaga.
– Sono già venuti altre volte, ma non hanno mai avuto problemi. Non capisco –.
La receptionist esitò un attimo, come a voler prendere del tempo per dosare bene le parole che stava per dire. – Purtroppo le regole sono cambiate. Oggi non posso lasciarvi entrare, ci sono troppe ragazze –.
Abdu aggrottò la fronte. – In che senso? –.
Alessia cominciò a tamburellare sul bancone dell’accoglienza. Faceva fatica a trovare l’espressione giusta da usare, ma proprio quella settimana aveva ricevuto delle nuove
direttive. Non voleva prendersi un richiamo. – Qualche giorno fa alcune ospiti hanno avuto problemi con un gruppo di ragazzi… - Una pausa. Le sfuggì un’occhiata a Ike e Samuel. – … africani. Per questo la direzione ha deciso di non far più entrare nessun… –
– Nero? – la interruppe Abdu, guardandola negli occhi.
Lei abbassò lo sguardo. Provò a cercare aiuto altrove e vide che nel frattempo si era formata una coda all’ingresso.
– Davvero, non è razzismo, sto solo rispettando un ordine che mi è stato dato –, ripeté. – È un provvedimento preso per motivi di sicurezza, nient’altro. Mi spiace non poter fare di più –.
A quelle parole, Abdu sentì il sangue ribollire e per un attimo si dimenticò di restare calmo. Indicò i due giovani dietro di lui. – Ma la sicurezza di chi? Questi ragazzi non hanno fatto nulla! –. L’aveva quasi gridato, ma si rese subito conto dell’errore, accorgendosi del sussulto della giovane. Cercò di abbassare la voce e chiese di parlare con un responsabile.
Alessia trasse un profondo respiro, ma fece un cenno di assenso e digitò un numero. Il telefono sembrò squillare svariate volte, ma non rispose nessuno.
– Provi ancora –, insisté Abdu.
Intanto le persone in fila cominciavano a dare segni di nervosismo: c’era chi inveiva contro Ike e Samuel, chi contro Alessia, chi non capiva perché la coda fosse così lenta.
Incalzata dal rumore crescente, la receptionist finì per sbottare.
– Non risponde nessuno. Adesso però vi chiedo la cortesia di farvi da parte, altrimenti sarò costretta a chiamare i carabinieri –.
Abdu sollevò le mani in segno di resa e la guardò. – Non ce n’è bisogno –.
Sul suo volto si stava facendo spazio un sorriso amaro: capì che non sarebbe riuscito a smuoverla dalla sua posizione, dal timore di prendersi quella responsabilità. Si rivolse allora a Ike e Samuel, con un peso sul cuore.
– Mi spiace, ragazzi –, sospirò, allontanandosi dal bancone e facendo loro cenno di seguirlo.
– Ma non è giusto! Allora perché quelli sono entrati senza problemi? –, reagì Ike, indicando alcuni ragazzi che avevano appena superato il controllo. Sembravano avere origini straniere anche loro.
Abdu li guardò svoltare nel corridoio a destra ed entrare negli spogliatoi maschili in fretta e furia, prima che Alessia potesse cambiare idea. Sotto le canottiere estive, l’uomo notò il colore della loro pelle: era di qualche tonalità più chiara della loro.
Scosse la testa. Ancora una volta, non seppe cosa dire. Si ripromise di riprovarci e segnalare l’accaduto al direttore della struttura, magari anche all’assessore del Comune. Avrebbe potuto contattare dei giornalisti, fare sempre più rumore. Ora, però, poteva solo recuperare un po’ del tempo perduto e provare a cambiare la percezione di quella giornata. Proporre un finale alternativo. Guardò i due ragazzi con un sorriso stanco.
– Che dite, facciamo due tiri al parco? –.

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